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L’arte dell’imprudenza

L’arte dell’imprudenza

Franco Botta

L'arte dell'imprudenza

VERSIONE DIGITALE IN EPUB

I due saggi che compongono questo volumetto segnalano, attraverso un’ironia condita dalla passione civile, come l’imprudenza abbia guadagnato spazio e consenso nel paese.

Illustrazione: Michele Damiani
Prefazione di: Gianfranco Dioguardi
Collana: Inchiostri
Anno di pubblicazione: 2015

Prezzo

5,99

Inchiostri, una nuova collana. Libri di impegno, ma leggeri. Libri di passioni civili, ma divertenti. Libri alla ricerca di verità e risposte, ma ironici. Libri che affidano alla miscela degli inchiostri – da qui il titolo della collana – l’arte di significare e di distinguere, di guidare e orientare il lettore nell’età del disorientamento.

Sulla prudenza sappiamo tutto, ne conosciamo pregi e virtù, ma è l’imprudenza ormai a essere praticata dai più. Forse bisognerebbe cominciare a scriverne, in modo leggero e ironico, come fece con la stupidità lo storico economico Carlo M. Cipolla, nel classico Allegro ma non troppo. I due saggi che compongono questo volumetto segnalano bene, attraverso un’ironia condita dalla passione civile, come l’imprudenza abbia guadagnato spazio e consenso anche in Italia, un paese noto per essere abitato da un popolo di formiche. Oggi anche in questi luoghi sono l’imprudenza e il coraggio a dominare e sulla scena abbondano quanti amano il rischio. I due saggi, impreziositi dalle tavole del maestro Michele Damiani e dalla Prefazione di Gianfranco Dioguardi, utilizzano la forma del dialogo e delle lettere per argomentare, come si usava nel Settecento, facendo uso della immaginazione. L’autore pensa infatti – come Martha Nussbaum – che la letteratura abbia la capacità di condensare in poche righe ciò che di solito richiede pagine e pagine. Molte delle persone di cui si parla in queste pagine esistono e sono note, altre invece sono frutto d’immaginazione. Sia i dialoghi che le lettere non avrebbero dovuto avere alcuna circolazione. Vicende casuali hanno invece consentito che i primi venissero registrati e le seconde salvate in un computer, trovando spazio sui giornali e ora in questo piccolo volume. Bisogna che il lettore ne tenga conto.

Franco Botta

Franco Botta – economista e aspirante giardiniere – ha svolto e svolge attività didattiche, di ricerca e di consulenze economiche e sociali per numerose istituzioni, pubbliche e private. Collabora, anche in qualità di editorialista, con varie testate giornalistiche e con riviste scientifiche. Da qualche tempo dedica una crescente attenzione all’Adriatico e ai giardini e cura una rubrica settimanale, Green philosophy, sul «Corriere del Mezzogiorno». Tra le sue numerose pubblicazioni si segnalano A che serve un giardino? / What Is A Garden For?, scritto con Marina Comei (Edizioni dal Sud 2008), Dov’è il fazzoletto? Pratiche irrituali di comunicazione (Cacucci 2007), Seduzione e coercizione in Adriatico. Reti, attori e strategie (Franco Angeli 2009), e Lezioni per l’Adriatico. Argomenti in favore di una nuova euroregione, volume curato con Giovanna Scianatico (Franco Angeli 2010). Per Progedit ha pubblicato L'arte dell'imprudenza (2015) e, con Giuseppe Caccavale, Mal di giardino (2016).

Michele Damiani

Michele Damiani è pittore di temi, memorie ed evocazioni orientali e mediterranee. Da giovane manifesta un particolare interesse per gli espressionisti tedeschi. Negli anni Sessanta si avvicina alla scultura. Poi, per un lungo periodo, si dedica unicamente al disegno. Negli anni Ottanta fonda con altri artisti, a Milano, il gruppo Situazione 6 che promuove il “muralismo”. Damiani riserva un’attenzione particolare alle illustrazioni di libri e di racconti, donde la frequentazione di poeti e scrittori. Ha esposto le sue opere in Italia e in diversi Paesi europei. Tra le sue opere letterarie ricordiamo per Progedit La memoria prestata (2009), di quel poco che resta (2015), Perfette imperfezioni (2017), Nel giardino di re Giacchino (2019).

  • Recensione di Lucia Leo a “L’arte dell’imprudenza. Dialoghi e lettere segrete”

    17 Dicembre 2019

    RECENSIONE DI LUCIA LEO

    Vorrei ringraziare l’autore del volume esprimendo alcune considerazioni.
    Dalla lettura emergono le sue eccezionali doti nel trattare con leggerezza alcune particolari problematiche.
    I contenuti risultano intriganti, anche grazie alla forma del dialogo e delle lettere con cui vengono affrontate le questioni, catturando l’attenzione del lettore.
    Il titolo, poi, impone alcune riflessioni. Spesso l’imprudenza, in qualsivoglia contesto, può muovere le cose molto velocemente offrendo la percezione di cambiare repentinamente situazioni di stallo e senza soluzioni. Tuttavia, ciò potrebbe accadere a discapito della buona sorte con conseguenze inaspettate, sfavorevoli e irreversibili.
    Diversamente, la scelta di ostinarsi alla prudenza per non commettere errori può rappresentare, nel complesso, un errore essa stessa generando immobilismo che solo in alcuni casi preserva e in altri, invece, nuoce.

  • Recensione di Gianfranco Rocchetto a “L’arte dell’imprudenza” sul blog “Qual adagietto”

    17 Dicembre 2019

    Fonte: qualadagietto.wordpress.com

    UN SISTEMA SCRITTURALE FACILE

    Caro Botta,

    per scrivere di imprudenza il modo migliore è usare il sistema scritturale messo a punto da Blaise Centrars ed usato da lui per scrivere la sua famosa Antologia negra. Lasci invece perdere dialoghi e lettere, le forme letterarie da lei utilizzate in L’arte dell’imprudenza. Quello di Centrars è un sistema scritturale facile e ben descritto da Enrique Vila-Matas, nella sua Storia abbreviata della letteratura portatile (Feltrinelli). Centrars “per abitudine non stava mai ad ascoltare le storie che gli raccontavano, ma afferrava al volo soltanto due o parole per costruirvi sopra, mentalmente, un po’ alla rinfusa, invenzioni libere, racconti alquanto diversi da quelli che in quel momento gli stavano narrando”. Si comporti allo stesso modo. Solo così lei potrà scrivere qualcosa di serio sull’arte dell’imprudenza. Faccia delle prove e si ricordi che l’Antologia Negra è stato un vero libro di successo a Parigi per molti anni. Ascolti il mio consiglio e non se ne stia sempre chiuso nel suo giardino. Vada in discoteca o tra la gente

    Con viva cordalità. Gianfranco Rocchetto

    Perugia, 19 agosto 2015

  • Recensione del prof. Gelsomino Placido a “L’arte dell’imprudenza” sul blog “Qual adagietto”

    17 Dicembre 2019

    Fonte: qualadagietto.wordpress.com

    HA RAGIONE LA CHIARA ZAMBONI DI VERONA
    di Gelsomino Placido

    Penso che questa volta abbia proprio ragione la Chiara Zamboni – la filosofa veronese – che ha terminato la sua recensione al libro di Franco Botta – L’arte dell’imprudenza (Progedit 2015)- scrivendo di essere convinta che l’autore stesso si sia ritrovato sorpreso del libro scritto. Anch’io penso che l’autore in questo caso abbia scritto, non conoscendo in anticipo l’essenziale che andava dipanando, e che se n’è accorto soprattutto a libro concluso.

    In tutto il testo si coglie, infatti, una sostanziale indecisione e non si capisce se poi egli stia sostenendo che è meglio essere imprudenti piuttosto che prudenti. Dice e non dice, riprende storie vere e ne inventa delle altre. Il ristorante di Specchiolla esiste di certo e alcuni dei protagonisti sono persone in carne e ossa. Alcuni li conosco anche e posso assicurare che certamente non si muovono da Bari, se hanno voglia di mangiare del buon pesce. Perché scrivere il falso?

    Desidero anche segnalare la mia sorpresa per il fatto che siano degli uomini i protagonisti del primo dei suoi due scritti. Quando uno oggi pensa a dei fumatori, la mente va inevitabilmente alle donne, e non agli uomini. Basta andare in giro per le strade o vedere di che sesso sono le persone che tra un piatto e l’altro corrono all’aperto per soddisfare il loro vizio.

    Credo inoltre che il Botta assegni un ruolo troppo ampio alla prudenza e all’imprudenza e non tenga nel giusto conto la fortuna o la sfortuna nei destini umani.

    Come accade nei film inglesi e americani, in questo libro non sono tanto i protagonisti principali, quanto quelli secondari che colpiscono il lettore. Il cuoco albanese poliglotta o i due tedeschi, che si fingono svizzeri e che parlano tra di loro in francese, intrigano molto, anche un lettore che legge molti libri in un anno.

    Tra le cose da condividere vi è naturalmente la consapevolezza che si coglie in queste pagine sul fatto che il turismo sia un’attività ad alto impatto ambientale e sociale ed è da sottoscrivere quello che il cuoco sostiene nella lettera n.4 a Lucillo: “il turismo può distruggere il paesaggio nella stessa misura delle attività industriali”, come si può facilmente vedere nei paesi della riva Sud del Mediterraneo.

    Se il Botta voleva scrivere un libro divulgativo, doveva più chiaramente argomentare in modo diretto: conviene o no essere prudenti o imprudenti? Lui invece imita Jorge Luis Borges, solo che – per nostra fortuna evita – di aggiungere al volume delle poesie, come fa invece lo scrittore argentino in Elogio dell’ombra (Einaudi editore). Finisco con un consiglio: meno civetterie, caro Botta. Confessi che lei in fondo è un uomo prudente che non tollera le imprudenze, soprattutto quelle degli altri. Su un punto sono invece d’accordo con lei: l’imprudenza è un’arte e non è alla portata di tutti. Gli stupidi dovrebbero cercare di essere prudenti, per la loro salute e per quella degli altri.

    Prof. Gelsomino Placido

  • Recensione della prof.ssa Chiara Zamboni a “L’arte dell’imprudenza” sul blog “Qual adagietto”

    17 Dicembre 2019

    Fonte: qualadagietto.wordpress.com

    RECENSIONE DI CHIARA ZAMBONI
    Chiara Zamboni

    Un testo ironico sulla polifonia della complessità

    Franco Botta ha scritto L’arte dell’imprudenza. Dialoghi e lettere segrete (Progedit ed.), testo leggero e ironico, che si muove per via obliqua.

    È diviso in due parti. Il titolo trae spunto dalla seconda parte che pone al centro la questione se in un mondo complesso e non progettabile sul lungo periodo, com’è questo nostro, sia meglio la prudenza, la reticenza allusiva, la strategia del non dire tutto per navigare nelle acque di un mondo che ormai ha perso ogni mappa, oppure non sia meglio proprio l’opposto e cioè l’imprudenza che rischia sapendo cogliere l’occasione con sagacia, proprio a causa della complessità che impedisce il progetto di lungo periodo. Tentando così una scommessa al rialzo con la realtà.

    La forma adoperata nella scrittura di questa parte è quella delle lettere private. In modo trasparente prende a modello le lettere a Lucilio di Seneca. Questo non solo nello stile di scrittura, che è pacato e sostenuto da un animo aperto e ragionante, ma anche per il fatto che l’interlocutore rimane sullo sfondo, non ne leggiamo le risposte. A questo primo blocco di lettere, che valorizzano la prudenza, seguirà un altro blocco di un diverso personaggio, che argomenterà contro la prudenza in uno stile simile, ma più incalzante. Il ritmo della prosa è per frasi brevi e chiare, circostanziate.

    Per una serie di incastri o scatole narrative dentro ad altre scatole narrative le prime lettere sono scritte da un professore di filosofia che ad un certo punto della sua vita si è licenziato per fare il cuoco passando da un’arte della parola saggia ad un’altra arte che richiede prudenza e capacità di tenere certi segreti. Le altre lettere sono scritte da un avvocato che interloquisce con il filosofo cuoco dimostrandogli che anche lui ha corso un rischio, un’imprudenza, licenziandosi, così come il rischio, la scommessa fa parte del proprio lavoro di avvocato.

    Completamente diverso il tema della prima parte del testo anche se rimane sottotraccia la querelle su una pratica prudente o imprudente di vita. Le questioni sono quelle del Mezzogiorno e del Nord Italia visti come le due facce della stessa medaglia, in quanto create dal medesimo movimento istituente. Avvenimento storico sorretto da un desiderio che ora nel Nord Italia viene meno. Che ne sarà? Si può aprire la possibilità di altre prospettive, già operanti de facto ma non riconosciute simbolicamente, come la divisione tra un modello adriatico e uno tirrenico di coagulo economico, culturale tessuto in modo diverso? Che ne sarà dell’Europa, se non segue un’autoriforma federalista?

    Ritrovo qui i grandi temi che Franco Botta, economista, da diversi anni dedica alle questioni che riguardano lo scambio di merci, cultura, lingue, idee e finanze tra una sponda e l’altra dell’Adriatico, impensabili con intelligenza se non in un quadro di riferimento politico europeo e mediterraneo. Ma quel che colpisce nel testo è, ancora una volta, lo stile di scrittura scelto. In questo caso quello del dialogo. Dialogo e lettere, a mio modo di vedere, sono qualcosa di più di un semplice modo indiretto ed efficace di affrontare temi importanti.

    Questo sarebbe in realtà la posizione dell’autore, che nell’introduzione sostiene di aver scelto intenzionalmente una scrittura lieve per parlare di grandi questioni in modo accessibile. Ma l’effetto complessivo del libro non è quello di essere uno scritto divulgativo. Non si tratta solo dell’aver scelto i dialoghi e le lettere ma attraverso la rete polifonica di voci messe in campo viene espresso indirettamente un certo sguardo sul mondo.

    Cercherò di spiegarmi analizzando la prima parte. In prima battuta siamo di fronte ad un gioco di quinte e sfondi come in un teatro. Ci troviamo in una masseria che ospita turisti in una estate accogliente. Il dialogo tra i due interlocutori principali si svolge nell’agrumeto, ma ecco che siamo partecipi anche del fervore di vita che si svolge nell’orto separato dall’agrumeto da una siepe, da un niente, se vogliamo, che divide e mette in rapporto microcosmi di esistenze completamente diversi. Solo le voci filtrano attraverso il verde che nasconde lo sguardo.

    Nell’agrumeto due ospiti della masseria, un barese e un milanese, parlano dell’Italia, del Mediterraneo, del federalismo europeo. Nell’orto il cuoco macedone ascolta e registra per imparare le lingue e poi confabula con le sue due aiutanti, una albanese e una sedicente ungherese, se questo può avere conseguenze. Sono degli irregolari, lavorano senza permesso di soggiorno, mentre i due del dialogo sono uomini d’affari. In questo teatrino, come nel Sogno di una notte di mezza estate, gruppi umani diversi vivono vicini, separati dal niente di una siepe, ma concentrati nel loro mondo di interessi e linguaggi differenti. Da tener conto che c’è un altro scenario in mezzo a loro: quello di un barbagianni, che apparentemente interagisce con gli umani, e in realtà segue la propria logica di uccello, assieme al profumo dell’agrumeto e dell’aria della notte. È un terzo scenario, che solo a prima vista è in relazione agli altri due, ma di fatto segue un logos, una ragione propria, indifferente a quella umana.

    Sono arrivata così al punto. La sensazione che dà questo libro è quella di un tentativo di dare voce a ceti sociali e professioni diverse, a vite diverse, mondi incommensurabili eppure compresenti, cercando di restituire ad ognuno il proprio linguaggio non nel senso vernacolare ma di ragione profonda della realtà. Tanti sono i supporti per questa molteplicità di discorsi, non solo i dialoghi, le lettere, ma anche confabulazioni e perfino i messaggi elettronici. Quasi che la complessità, che sta a cuore all’autore, possa essere restituita soltanto seguendo il pieno di voci, di punti di vista, ognuna con il suo logos, la sua ragione profonda, la sua “tonalità”, come egli dice nell’introduzione.

    María Zambrano, la grande filosofa del Novecento, scriveva che l’intento della sua vita era di restare fedele ad ogni circostanza, avvenimento, essere, restituendone l’intima ragione. Così quella del cuoco macedone è seguita con attenzione dall’autore tanto quanto la ragione del commercialista barese. Si tratta del tentativo di esprimere il linguaggio proprio di una singolarità e di un microcosmo. Naturalmente soprattutto nei dialoghi vengono messe in campo ragioni chiare, ma questo tentativo attraversa tutti i discorsi dei personaggi che compaiono nei piccoli scenari che il libro apre. Ragioni singolari differenti e al medesimo tempo tipiche.

    Credo che la scelta di essere vicino a Seneca e a certe conversazioni colte del Seicento e del Settecento alluda ad una ragione più comprensiva, alla quale ognuno può restare fedele, se segue l’intenzione singolare sul mondo che lo guida e si apre contemporaneamente alle ragioni degli altri, chiarendo la propria e perciò illuminando anche quella dell’altro. Senza sommare le posizioni attraverso uno sguardo di sorvolo che non farebbe che appiattirle. Siamo di fronte ad una dialettica senza sintesi, dove ogni posizione ha il suo perché e dove in fondo nessuno vince e nessuno perde. Forse l’autore, cercando di immaginare le ragioni e i linguaggi che ognuno mette in campo, finisce per creare una molteplicità di frecce all’arco di tutti i compresenti, finendo per annebbiare il taglio della tesi favorita.

    La posta in gioco di questo libro sembra dunque quella di poter assumere più maschere, più posizioni, per facilitare scambi pacati e sereni. E allora forse non è indifferente che i titolari di parola siano qui rigorosamente maschili. Uomini dunque – per lo più – in commercio di parola tra loro. È probabile che lo scambio ragionevole, volteriano, inciamperebbe alla presenza di una voce femminile sentita come alterità eccedente, non riconducibile ad un microcosmo parallelo, a lato, differente ma poroso. Una questione che va interrogata, se un testo è anche un sintomo.

    Si sa che la forma determina il contenuto, così il messaggio di questo libro è tessuto obliquamente attraverso le scelte di forma via via compiute, che alla fine esprimono l’essenziale di ciò che stava a cuore all’autore. Tanto che io sono convinta che l’autore stesso ne sia rimasto alla fine sorpreso, non conoscendo in anticipo l’essenziale che andava dipanando, ma obbligato a riconoscerlo nel corso della scrittura e soprattutto a libro concluso.

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