La terra negli occhi

La terra negli occhi

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Giovanni D'Innella

La terra negli occhi

La saga di una famiglia pugliese tra ’800 e ’900

Prefazione di: Michele D'Innella
Anno di pubblicazione: 2022
Numero di pagine: 108
ISBN 978-88-6194-558-6 Tipologia Tag

Prezzo

15,00

Una storia fantastica, con qualche elemento reale, di forte impatto e riscatto sociale, ambientata alla fine dell’800, primi del ’900.
In un paesino del Mezzogiorno d’Italia, una famiglia di contadini, con quattro figli maschi, diventa protagonista indiscussa di un cambio di passo, dovuto all’intelligenza, al duro lavoro, al sacrificio, a tanta umanità e solidarietà.
A questa miscela di valori va aggiunto il forte collante dell’unità familiare, sempre avvertita quasi come un senso di innata condivisione. I risultati raggiunti costituiscono la riprova della bontà di quelle idee, sgorgate dalla testa e dalle braccia di due contadini.
Tutto il percorso vede protagonisti quattro fanciulli, poi uomini, che, forti degli insegnamenti ricevuti in dono dai loro lungimiranti genitori, riescono ad affermarsi, mettendo in campo imprese e attività di grande ricaduta per la loro comunità.

Giovanni D'Innella

Giovanni D’Innella, nato a Spinazzola (Bt) nel 1950, vive a Bari. Avvocato amministrativista, attualmente Senior of Counsel di Deloitte Legal, è stato presidente dell’Ordine degli avvocati di Bari, componente del Consiglio nazionale forense presso il ministero della Giustizia. Ha partecipato a numerose commissioni di esami per l’abilitazione alla professione di avvocato e per gli esami di magistratura e ha insegnato a contratto nell’Università degli studi di Bari Aldo Moro, presso la Lum Jean Monnet di Casamassima (Ba), presso la Scuola forense barese e presso la Scuola superiore dell’Amministrazione dell’Interno. È presidente e componente di commissioni di disciplina di enti pubblici ed è Vice Presidente dell'associazione “Giuristi di Puglia”. Per Progedit è apparsa la sua prima esperienza narrativa, Il centesimo (Bari 2018), seguita da Avvocato per caso (Bari 2020).

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1 recensione per La terra negli occhi

  1. Paola Cristiano

    Quando ho ricevuto in dono questo libro, scritto da Giovanni D’Innella, due elementi mi hanno immediatamente colpito: il titolo e il rosso acceso con cui è stata rappresentata la terra, in questo quadro di Giuseppe D’Innella, che ha dato forma alla sua copertina.
    Subito mi sono venuti in mente i pomeriggi di piena estate, quando, nelle ore più calde, la terra ha l’odore della fatica e del sudore, ha l’odore della storia e del tempo; quando il sole arroventa la terra brulla, dopo la raccolta del grano. E l’odore del grano mietuto è l’odore che sa di ricordi, che profuma di giornate all’aria aperta; l’odore del grano mietuto che profuma di cene a tarda sera, con la famiglia e gli amici più cari riuniti tutti attorno allo stesso tavolo, imbandito di piatti semplici, realizzati con prodotti coltivati a mani nude; mani ruvide, trascurate, ma al contempo forti e piene di valori incrollabili, che rendono quella tavola più ricca e più generosa, perché condita da valori di inestimabile pregio: l’onestà e la lealtà.
    E, infatti, la storia che ci narra Giovanni è piena di personaggi positivi; è una storia che trae origine dai suoi bisnonni e, con una scrittura visiva, consegna a Raffaele – l’io narrante di questo racconto – il compito di tratteggiare il ricordo di un periodo storico in cui le condizioni di lavoro dei mezzadri, rispetto ai grandi proprietari terrieri, erano molto difficili; un periodo storico in cui l’assenza di tutele nel mondo del lavoro agricolo, unita alla povertà e all’analfabetismo favorivano piaghe di cui la società era assalita, come il brigantaggio e l’usura.
    Questo libro, nel dare spazio ai ricordi personali, tramandati a Giovanni col racconto di parenti e varie testimonianze, ma integrati dalla ricostruzione storica di un periodo ben definito, insieme ad elementi fantastici che hanno colorito i dialoghi e intrecciato le sequenze, ci consente di ricondurli ad uno scenario più ampio e, attraverso la relazione affettiva e intima di un rapporto parentale, possiamo passare, con la sua lettura, a considerare quella famiglia quale soggetto portatore di carattere dell’ambiente, partecipe dei suoi processi storici e delle sue evoluzioni.
    Non abbiamo, infatti, tra le mani una storia esile, bensì una storia degna di essere raccontata, perché narra di donne e uomini coraggiosi e di fatti esemplari: una storia incentrata sulle generazioni nate nella seconda metà dell’800, in cui le famiglie con un’identità ben precisa, come quella del protagonista, trasmettono ai posteri i valori che ispirano la loro esistenza, innanzitutto l’attenzione all’uomo, prima ancora delle sue origini, anzi, più correttamente, a prescindere dalle sue origini.
    Raffaele, il protagonista, dice infatti: “Il coraggio, la dignità del mio lavoro, il valore dell’onestà e della lealtà furono la bussola per muovermi in un ambiente difficile”, precisamente quello più altolocato, al quale non appartiene per nascita, ma nel quale fa ingresso, rispettato e stimato, proprio per la capacità sua e dei suoi tre fratelli di generare valore per se stessi e per la comunità nella quale vivono.
    Non per nulla il significato primo del verbo latino “valere”, da cui la parola italiana “valore” deriva, è quello di essere forte, capace, efficace.
    Si tratta di una famiglia che vive in campagna, in un posto sperduto e non semplice da raggiungere, ma dove ciascuno è parte integrante di una comunità che trova la propria forza nell’unità, per far fronte alle difficoltà e superarle con il contributo e l’intelligenza di tutti. Coltivare la terra, per la famiglia di Raffaele, significa ricostruire un modo nuovo di società in cui il lavoro intenso diventa momento di miglioramento delle condizioni sociali, un momento di edificazione dell’uomo, prima, un momento di sviluppo e di crescita della collettività, poi.
    La grandezza di questa famiglia poggia, infatti, sui pilastri della concretezza e dell’umanità, del rigore, dell’amore per i giovani, ma anche del rispetto degli anziani e della obbedienza; e l’atto dell’obbedire, in questo caso, non ha certo una connotazione passiva, anzi è un valore positivo che caratterizza quella società; obbedire è, infatti, una parola composta dal preverbo “ob” e dal verbo “audire”, il cui significato è quello di dare ascolto, prestare attenzione e poter comprendere le cose nel profondo. E, per poter ascoltare, è necessario fare silenzio.
    Certo, se pensiamo al silenzio come valore guida di quel tempo e poi lo caliamo nella nostra società, che fa di tutto per reprimerlo e soffocarlo, che crea e distribuisce informazione attraverso un susseguirsi repentino di notizie, dati, immagini, suoni, ci rendiamo conto che non è certo questo il modo ideale per parlare di vera comunicazione, di vera informazione, perché informare significa letteralmente “dare forma” e per dare forma ad un’idea, ad un concetto, ad un pensiero serve tempo.
    La necessità di fare silenzio è, dunque, cosa ben diversa dalla bulimia di informazione del nostro tempo, che ha diminuito la sapienza, cioè la capacità di andare in profondità, ma l’Autore ci racconta che i genitori di Raffaele, dopo aver cenato, si siedono fuori e, “con la luce fioca della lanterna a petrolio, sotto un cielo illuminato dalle stelle”, cominciano a parlare della loro giornata; diventano così “creatori” di quel silenzio serale necessario per dare forma all’ascolto, con parole meditate, pesate, persino quelle buone, in modo da comprendere il quotidiano in tutta la sua complessità e riuscire ad aprirsi al futuro con la conoscenza piena della loro storia. Anche Raffaele, mentre porta le pecore al pascolo, si rifugia in un anfratto della roccia per ripararsi dalla pioggia improvvisa estiva e lì, comincia a fantasticare, a dare sfogo ai suoi pensieri grazie al silenzio di quella grotta….
    A tale proposito, mi piace ricordare quel che Anna Maria Canopi, badessa della comunità benedettina dell’isola di San Giulio, scrive nel suo libro “Il silenzio”: “Anche un semplice cristiano, anche qualsiasi uomo se non ha la dimensione della profondità è meno uomo; può essere largo, può essere lungo, può essere alto, ma non ha radici, non ha profondità; perciò non sta saldo in piedi”. E aggiunge: “La parola più piena coincide con il silenzio più profondo”, perché è una parola meditata; abbiamo bisogno del “silenzio che costringe il cuore a diventare intelligente”.
    Ma dalle mani ruvide e apparentemente vuote dei loro genitori, con la terra sempre negli occhi, oltre al silenzio, i quattro fratelli ricevono un altro dono: l’umiltà, intesa come gradino da cui partire e attraverso il quale raggiungere altre mete. Un valore oggi così bistrattato, perché, in genere, si ritiene che l’uomo di successo debba necessariamente essere altezzoso, sprezzante, borioso; il significato etimologico della parola, che deriva da humus, ci riporta, però, al concetto della terra, delle radici, della profondità. Essere umili significa innanzitutto predisporsi a cercare le radici di ciò che ci circonda, comprendendone il senso più profondo; avere la capacità di ascoltare se stesso, ma anche di ascoltare il cuore degli altri.
    Perciò, crescere non è avere successo, ma come insegna la terra, crescere significa discendere, andare in profondità, proprio come fa ogni seme che per poter svilupparsi, cerca di morire nella terra per poi germogliare e vivere nella luce.
    Ecco, allora, che con l’apertura di un mulino che garantirà il prezzo calmierato della farina; con l’apertura della banca, che consentirà a tutti di accedere a prestiti con tassi di interesse legali; con l’agenzia di assicurazioni, che tutelerà i guadagni dei contadini dalle minacce delle intemperie e degli
    incendi, le scelte dei quattro fratelli trovano nell’umiltà il terreno dentro cui radicare e rendere forti e decise queste azioni che porteranno a tutti serenità e benessere.
    L’umiltà è quindi un presupposto non utile, ma indispensabile, perché consente di elaborare scelte che hanno radici profonde; in questo racconto non c’è spazio per la superbia, che spesso si avvita su una spirale di superficialità e di mancata conoscenza.
    Questi quattro fratelli hanno imparato dal loro padre e dalla loro madre che l’umiltà è la chiave per rimettersi sempre in gioco e continuare ad imparare, perché è solo chi ha fiducia in se stesso, può superare i propri limiti e realizzare grandi idee.
    La straordinarietà della vita di questa famiglia è data dalla capacità di mettere a frutto quel che la terra le ha insegnato attraverso il lavoro duro e i sacrifici necessari, perché rendesse raccolti generosi. Nel libro ci sono molti esempi di generosità: il nobile Adalberto, che decide di vendere le sue proprietà ai mezzadri che la coltivano da sempre, ad un prezzo accessibile; il padre severo di Margherita che acconsente al matrimonio di sua figlia con Raffaele, nonostante la diversità sociale, perché scorge in lui e nella sua famiglia, un luogo di grande Amore e di rispetto verso il prossimo; papà Pasquale e mamma Rosaria, che con il loro agire semplice, insegnano ai loro figli quanto sia necessario approcciarsi alla vita con serietà, con profondità e con quella solidarietà che può giovare a se stessi, ma anche agli altri.
    Cosa significa giovare agli altri? Significa mettere al servizio degli altri le proprie capacità; significa trasmettere agli altri le proprie qualità; significa condividere la propria conoscenza, perché diventi cardine dello sviluppo della società.
    La storia narrata in questo libro ci fa vivere momenti di grande emozione, dal candore del giovane Raffaele, che porta al pascolo il piccolo gregge, con i suoi pantaloncini corti e rattoppati, ma con una grande voglia di giocare e fantasticare; all’atmosfera danzante delle feste patronali; al rispettoso sentimento d’amore dei giovani fratelli verso i loro genitori, che si sublima nel bacio della buonanotte; ai festeggiamenti per la conclusione della mietitura; al matrimonio corale dei quattro figli, dopo la romantica scelta delle loro fidanzate; all’orgoglio, misto all’incredulità, per sapere che la masseria, in cui per anni avevano lavorato da semplici mezzadri, sarebbe diventata di loro proprietà; al benessere raggiunto per se stessi e per l’intera comunità, creando condizioni di giustizia sociale.
    Bene ha fatto Giovanni che, con questo libro, ha voluto rendere omaggio ai suoi bisnonni, perché con questo suo lavoro ha voluto ricordarne l’insegnamento: nella loro semplicità e umiltà, hanno dato vita ad una famiglia che ha dimostrato che la vita non è mai povera, ma povero è lo sguardo di chi è incapace di leggere la realtà.
    Questo libro è un voler dare testimonianza della forza e della tenacia di Vincenzo e Vincenza che, con la genuinità dei loro sentimenti, hanno trasmesso la dignità del loro lavoro e tutto il valore della loro vita semplice; questo valore e quei sentimenti sono stati consegnati ai loro figli e se si ha la fortuna di conoscere Giovanni si ha la conferma che sono giunti sino a lui; sono valori che, nelle feconda atmosfera del silenzio, dell’obbedienza e dell’umiltà hanno maturato quella visione di comunità, che li ha spinti a mettersi in gioco per se stessi e per gli altri: proprio come fa il contadino che già vede la rosa nel seme, non perché abbia fantasia, ma perché ha immaginazione; proprio come il pittore che dipinge non quel che ha visto, ma ciò che vedrà alla fine.
    Quattro fratelli che non hanno mai smesso di immaginare, cioè di essere fedeli alle cose che vedevano oltre la realtà e portarle a compimento nella loro pienezza.
    Questo libro è, dunque, un tributo riconoscente ai propri antenati che hanno trasmesso il forte sentimento dell’unità e della solidarietà, la grande convinzione dell’importanza dell’istruzione e del lavoro, per migliorarsi e migliorare, per trovare sempre strade nuove, strade costruite su valori autentici, insegnati da chi ha sempre avuto la terra negli occhi, e con radici profondamente radicate nel proprio cuore, da trasmettere alle generazioni successive, per un futuro sempre aperto alla bontà e alla generosità.
    Martina Franca, 24 aprile 2023
    Paola Cristiano

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