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        Su «Palaver» 14 (2025), n. 1, Eugenio Imbriani parla di “Arte a Taranto”, di Antonio Basile e Gianluca Marinelli

        Su «Palaver» 14 (2025), n. 1, Eugenio Imbriani parla di “Arte a Taranto”, di Antonio Basile e Gianluca Marinelli

        Fonte: Recensioni | | Palaver

        Antonio Basile, Gianluca Marinelli, Arte a Taranto. 1980-1990, con un saggio di Stefania Castellana, Prefazione di Salvatore Romeo, Bari, Progedit, 2024
        Questo studio riguarda un arco cronologico in realtà più ampio di quello indicato nel titolo, con qualche ulteriore sconfinamento. È il periodo in cui Taranto assume, o, probabilmente, manifesta la sua natura di «strano ircocervo», secondo l’espressione usata da Salvatore Romeo: una creatura composita, dominata dal mostro dell’acciaieria eppure adagiata sul mare, in uno scenario davvero particolare, non comune, in cui timori e speranze dialogano con un imponente passato, le dense testimonianze e le pratiche della cultura popolare e attivano la necessità di raccontare il presente e pensare il futuro, pur nell’incertezza che incombe sull’incredibile opzione, intorno alla quale gli abitanti si interrogano, quotidianamente tra salute e lavoro. Sono, a ben pensarci, le condizioni costitutive del concetto di crisi, quelle che richiedono la sperimentazione, l’apertura, la scommessa.
        Sono queste le premesse, tracciate qui in forma estremamente sintetica, della ricerca condotta dagli autori su una stagione artistica che si è mostrata molto viva, dinamica, interessante, in particolare nel campo delle arti contemporanee figurative e plastiche, che si direbbe una risposta e un atto prolungato di resistenza al declino della Taranto operaia, all’esplosione (finalmente) della questione ambientale, alla crescita dei gruppi criminali organizzati.
        Il libro è organizzato in tre parti. I primi otto capitoli sono opera di Antonio Basile – antropologo, museografo, studioso di
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        estetica – e costituiscono una dettagliatissima illustrazione delle attività artistiche svolte nella città nel periodo indicato, grazie all’impulso e all’impegno operativo di istituzioni e associazioni (dalla Galleria Comunale d’Arte contemporanea, al Circolo Italsider, alla Cooperativa Punto zero…). Basile, con uno stile asciutto ed essenziale, non trascura nulla e nessuno, compulsa materiali editi, cataloghi, articoli giornalistici, e inoltre documenti prodotti in sede politico-amministrativa, elenca la serie delle iniziative, i nomi degli artisti coinvolti, descrive gli spazi espositivi, presenta gli operatori e i critici d’arte a vario titolo interessati. Fornisce anche una ricca documentazione visiva (locandine, immagini fotografiche).
        I capitoli dal 9 all’11 sono stati scritti dallo storico dell’arte Gianluca Marinelli, e si focalizzano sul tema della fotografia. Anche in questo caso, la personalità degli artisti, alcuni dei quali noti anche al grande pubblico, si sposa bene con una indagine che si snoda tra mille figure, percorrendo le vie della città e della provincia. Mi pare evidente che l’intento degli studiosi è di inoltrarsi in un percorso da seguire, per così dire, nelle opposte direzioni: penetrare in Taranto, e nei dintorni, per mettere in rilievo l’abbondanza, in senso quantitativo e numerico, proprio, degli interventi, con estrema attenzione ai particolari; e collocare Taranto in Puglia, in Italia, nel mondo, registrare quali influenze culturali ed espressive hanno interessato la città, stabilire se e quale contributo sia stato consegnato dalle coste ioniche al dibattito sui temi dell’arte contemporanea. Tra l’altro, Taranto, sia per gli elementi urbani (la Città Vecchia, l’isola, il castello, il ponte, il lungomare) sia per la sua dimensione culturale e religiosa (basti pensare ai riti della settimana santa, ai musei
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        etnografico e archeologico), sia per il suo lato industriale (l’arsenale, l’acciaieria) si presta non poco allo sguardo del fotografo, ad essere scrutata e riproposta in mille pose e soggetta a mille letture.
        L’ultima parte è costituita dal saggio di Castellano che affronta il tema, molto discusso e problematico della riqualificazione della Città Vecchia dopo che l’attenzione era stata rivolta a opere di grande impatto realizzate nei quartieri moderni (la Concattedrale, il ponte Punta Penna, per esempio). L’autrice si concentra sull’unico intervento, tra quello progettati, realizzati nell’area antica, cioè il riassetto di Piazza Fontana di Nicola Carrino, opera innovativa, difesa e contestata in egual misura, oggi spazio quasi anonimo, bisognoso di recupero, ma su cui pende costantemente il rischio di un seppur parziale smantellamento. Eppure Piazza Fontana costituisce una buona sintesi delle contraddizioni in cui vive la città, che risiede su acqua, pietra e acciaio, e si muove alla caccia di una rappresentazione di sé che accetti e smussi quei contrasti, ma che la pacificazione potrebbe tenere intrappolata in un’aria crepuscolare che non ha molto di salutare.
        Insomma, si tratta di un lavoro molto utile, per la ricchezza e la puntualità delle ricostruzioni, per l’apparato documentario, per gli aspetti problematici che, discutendo di arte, lascia emergere, e che riguardano la città, la società, la salute, l’ambiente, nodi che restano da sciogliere, ovviamente, e su cui sarebbe colpevole non fermarsi e insistere. [Eugenio Imbriani]

        Data: martedì 25 Marzo 2025

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