0
    0
    Carrello
    Il tuo carrello è vuotoTorna al sito
      Calculate Shipping
      Apply Coupon

        Su “Treccani.it”, Simone Gambacorta parla di “Infanzie” di Mariano Longo

        Su “Treccani.it”, Simone Gambacorta parla di “Infanzie” di Mariano Longo

        Fonte: Infanzie. Storie di bambini ribelli, tristi, stralunati – Treccani

        Infanzie. Storie di bambini ribelli, tristi, stralunati

        di Simone Gambacorta

        26 febbraio 2025

        Mariano Longo

        Bari, Progedit, 2024

        Intanto il titolo: plurale, Infanzie. Per norma e per consuetudine, per costume impigrito o per prassi sommaria, propendiamo – chi più chi meno – per il singolare, quando utilizziamo questa parola: scuola per l’infanzia, letteratura per l’infanzia, ricordi d’infanzia, giochi d’infanzia.

        Il singolare diventa così lo spazio contenutistico indifferenziato di un tutto indistinto, uno spazio di non significato, un luogo comune; meglio: un vuoto semantico. Il plurale del titolo del libro di Mariano Longo, al pari di quanto fanno i racconti che vi si susseguono, anzitutto spezza e spacca questo monoblocco di sommarietà lessicale.

        I racconti di Longo, infatti, inventano infanzie diverse e sempre colte di sorpresa. Come si manifesta, in cosa si sostanzia, questo essere colti di sorpresa? A voler essere schematici, l’essere colti di sorpresa, per i protagonisti dei racconti, si manifesta essenzialmente in due modi, ossia attraverso due stadi conoscitivi: in primo luogo, in modo attivo: cioè come scoperta; in secondo luogo, in modo passivo: cioè come agguato subìto.

        Per esempio, nel racconto Le scarpe blu con gli occhi, Marco conosce il rifiuto e il dolore per via di un agguato del destino. Questo agguato avviene mediante un’affermazione e una domanda (congiunte) che gli sono poste improvvisamente da una bimba, la quale – sprezzante e sbrigativa – gli dice: «Fai schifo, lo sai?» (pp. 40-41).

        Gli agguati della vita – la vita di tutti – avvengono anche attraverso queste improvvise e impreviste incursioni della realtà nel nostro mondo di individui: l’atto altrui (fisico o verbale) ci atterra; e giusto per estendere il piano del discorso con un riferimento a un episodio “di scuola” storicamente e tristemente vero, si pensi all’infanzia distrutta di Pascoli: l’infanzia colpita dalla conoscenza del male (l’omicidio del padre per mano ignota), l’infanzia uccisa da un’avventura maledetta, come traduzione della tragedia nella lingua familiare, nel lessico degli affetti.

        Quanto alla scoperta, essafunziona invece diversamente: funziona cioè come azione di libertà o di liberazione. È il caso del racconto La fuga, che vede la piccola Luisa darsela a gambe dalla scuola. Il gesto di Luisa non è una bravata o un capriccio, è una scelta di libertà; è un’azione di libertà che implica una critica istintiva all’istituzione (in questo caso quella scolastica). Luisa dice simbolicamente il suo liberatorio no melvilliano e lo realizza, cioè lo rende esperienza vissuta: lo attua in sé e attraverso sé e lo trasforma in storia.

        Un altro racconto assai esemplificativo circa il concetto di sorpresa/scoperta è Il mondo davanti agli occhi di Otis, precisamente lì dove, nella parte finale, si parla di una notte in treno:

        Vide il mondo, buio e a tratti illuminato, e vi si immerse. In quello spazio si perse per un attimo e capì le fratture e le connessioni. Non si sentì diviso, uno e bino. Ma parte di quel mondo in rapido movimento innanzi a sé. Capì senza bisogno di argomenti, come sanno fare solo i bambini. (pag. 54).

        I racconti di Mariano Longo affrancano il tema dell’infanzia dalla retorica dell’infanzia. Questo avviene grazie alla rimodulazione semantica insita nel plurale del titolo e nelle singole storie: avviene cioè mediante uno scarto naturale dalle tematiche consolatorie; è in quest’ottica che va letto il sottotitolo: Storie di bambini ribelli, tristi, stralunati.

        La lingua dei racconti di Longo è una lingua di avvertita e avvertibile linearità, abitata però qui e là da enclave in dialetto. Perché questa scelta di sapidità? La risposta è, come si dice, nelle cose: o meglio, è nelle cose scritte, cioè è direttamente nelle parole; e meglio ancora: è nell’insieme della tensione contenutistica che esse generano nel contesto del libro e nel congegno di ogni singola storia.

        Il tema dell’infanzia, infatti, implica, direttamente o indirettamente, ma certo più di qualsiasi altro, il problema, o la questione, del rapporto con la madre, comunque esso si configuri ovvero comunque a esso si alluda o s’attinga: ne discende un nesso di biunivocità diretta nella diade infanzia-madre.

        Nei racconti di Infanzie questo rapporto archetipico diventa una presenza linguistica attiva e ritmante grazie alla lingua madre costituita dal dialetto (ogni dialetto lo è; qui siamo dinanzi a quello di area pugliese): la lingua madre delle Infanzie di Mariano Longo si nasconde in sapori e in sentimenti affidati a improvvise anse dialettali: «”Sì, mamma”, disse lui mischiando italiano e lingua madre, “ho ddefrescato”», si legge nel racconto Il segno, la voce (pag. 13).

        Vi è anche altro da osservare. Al di sotto di ognuno di questi racconti vi è un rendiconto argomentativo riferibile a un aspetto del vivere sociale. È qui che più nitidamente si riconosce la mano del Longo sociologo (ordinario nell’Università del Salento), che si affianca, si mischia, si dissolve e al tempo stesso si ricompone in quella del Longo narratore: il quale non è un’entità scissa dal Longo studioso, ma pare esserne una estensione, una estrinsecazione fisiologica.

        Questo dato di rendicontazione sussiste come coefficiente saggistico di partenza oppure come potenziale saggistico di arrivo: esso, cioè, può lasciarsi riconoscere quale movente a monte della scrittura ovvero può farsi individuare come punto di caduta ragionativo conseguente al chiudersi di una storia. Quel che è certo è che questo aspetto rappresenta una caratteristica del libro.

        Le infanzie sono tutte irregolari, dice Longo; e sembra aggiunga: lo sono in modo vario e diverso, possono attraversare ponti oppure arcobaleni, nebbie o giardini pieni di luce; certo è che sono dei mondi ove tutto può avere cittadinanza fuorché quanto riguardo a esse si darebbe per scontato. Pinocchio e Holden sono lì a ricordarcelo.

        Data: mercoledì 26 Febbraio 2025

        Iscriviti alla nostra newsletter

        * Campo obbligatorio
        A che lista desideri iscriverti?