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        Il progetto “Caffè ristretto – Cultura dietro le sbarre”

        Il progetto “Caffè ristretto – Cultura dietro le sbarre”

        Caffè ristretto – Cultura dietro le sbarre

        Il progetto

        Il caffè letterario tra le sbarre, finanziato e sostenuto dall’Assessorato alle Politiche giovanili del Comune di Bari, è la risposta culturale del CPIA 1 Bari (Centro  provinciale per l’istruzione degli adulti) ai bisogni dei detenuti e delle istituzioni carcerarie presso cui opera.

        In questi 10 anni, Caffè Ristretto ha attraversato numerosi ambiti di confronto tra il “dentro” e il “fuori”: un’agorà, uno spazio culturale aperto, diretto e attivo, su temi e problematiche generati dalla letteratura che si fondono con il bisogno connaturato all’uomo di una dimensione sociale che sia orientata anche all’espressione del proprio mondo interiore.

        Protagonisti assoluti delle attività proposte i giovani detenuti dell’ Istituto penale per i minorenni N. Fornelli e i detenuti della Casa Circondariale F. Rucci di Bari che ad ogni edizione si mettono in gioco senza timore, acquisendo maggiore consapevolezza di sé e affiancando il percorso di riflessione critica personale.

        Il progetto è per loro. Ma è anche un’occasione importante di crescita e di riflessione per il territorio.

        Il successo di uno dei primi caffè letterari a livello nazionale non si ferma con la fine del percorso di scrittura creativa. Tra i numerosi testi scritti dai detenuti partecipanti, diversi sono degni di nota. Uno, in particolare, ci ha colpito sia per lo stile frizzante e profondo che per il racconto intimo di un pezzo di vita.

        La casa editrice Progedit, nella persona dell’editore Gino Dato, sin dai primi anni del progetto ha fortemente contribuito alla realizzazione dello stesso, offrendo un contributo attivo e duraturo: stages da parte di autori, presentazioni di libri, lezioni aperte da parte di scrittori giornalisti ai detenuti.

        La pubblicazione sul sito di questo racconto altro non è che un ennesimo coinvolgimento anche nell’epilogo del progetto. Abbracciando ancora una volta le tematiche sociali viene dimostrata la coerenza di un continuum anche affettivo verso attori di Caffè Ristretto.

        Mariangela Taccogna, coordinatrice e docente referente CPIA 1 Bari

        Teresa Petruzzelli, direttrice artistica e ideatrice del progetto

        Il viaggio

        Era il 23 febbraio 2002 e sono partito insieme alla mia famiglia adottiva verso la mia terra: il Brasile. Il viaggio è durato 11 ore ma sembravano 15 causa fuso orario.

        A mezzanotte italiana, siamo atterrati a San Paolo, base di scalo aeroportuale, prima di prendere il secondo volo verso Rio de Janeiro, uno dei paradisi terrestri per arte, cultura, paesaggi, usanze, tradizioni, foresta con flora e fauna. Tutto spettacolare. A Rio de Janeiro c’è la foresta pluviale, la più grande foresta presente in città, che sale lungo una montagna collegando il porto al Cristo passando attraverso il Corcovado. Il percorso inizia con un trenino che attraversa la salita in mezzo alla foresta e a tanti animali e uccelli tipici della zona. Terminata la salita, con il treno si passa alla funivia da dove si vede la città in tutto suo splendore. Avrei voluto non scendere più. Infine c’è la terza fase: si può decidere se arrivare al Cristo con l’ascensore o a piedi salendo oltre 300 scalini. Io sono andato a piedi e ogni cinque scalini mi giravo e vedevo un panorama diverso, fino all’arrivo in cima dove c’erano vari terrazzini da cui poter ammirare Rio e tutto il suo splendore. I più spericolati salivano col paracadute e scendevano fino alle spiagge, terminando con un bagno nell’oceano Atlantico, sulle spiagge di Panema e Copacabana. Dal vivo mi capireste. Ed è arrivata la saudade, quando senti la mancanza della tua terra, e ovviamente un mucchio di lacrime. È stato un momento bello anche perché ho condiviso con la mia famiglia italiana, sempre mano nella mano, ogni lacrima, ogni emozione. Insieme.  Io ho voluto condividere la mia gioia per la mia terra con loro. Diversamente da come fanno molti adottati che si separano dalla famiglia per cercare da soli risposte sul proprio passato, scordandosi spesso di tutto ciò che gli è stato dato, sia materialmente che affettivamente. Ma soprattutto scordandosi che senza di loro non saremmo niente, non avremmo niente e sicuramente staremmo a percorrere brutte strade, in casi peggiori anche morti. Quindi siate sempre grati, soprattutto voi ragazzi adottati, come lo sono stato io.

        Tornando al viaggio, siamo andati anche a viverci la parte povera, le favelas, travestiti con qualche straccio e ciabatte bucate. È stato bellissimo ed intenso soprattutto dopo aver notato come in Brasile anche i più poveri riescano a sorridere e con una sola caramella ti regalano abbracci, apprezzando la semplice visita. Diversamente, lì una muraglia lunga chilometri divide la società ricca dai poveri che sono abbandonati al loro destino, non hanno neanche un nome e se muoiono di fame vengono lasciati a morire. Una cosa tristissima.

        La mia seconda fase del viaggio è stata la visita al mio paese natale, una cittadina di circa 7 milioni di persone posizionata in una delle regioni più povere del Brasile, senza il mare, con poca vegetazione e tanta criminalità. In questa città sono andato a trovare le cinque suore che ci hanno salvato dalla strada, messi al sicuro e ci hanno curato e dato da mangiare per circa quattro anni. Queste cinque fate si sono prese cura di circa 140 bambini al giorno, tutti abbandonati dalle rispettive famiglie (sempre se di famiglia si possa parlare, perché la famiglia è composta da persone che ti amano, non da persone che ti mettono al mondo e poi ti abbandonano). Eravamo tutti bambini difficili, malati, con un vissuto breve ma drammatico, tutti in cerca di una speranza, di un amore mai ricevuto. È stato un momento splendido: uno perché mi hanno riconosciuto subito e hanno urlato il mio nome vero (ovviamente ho pianto di felicità); due perché ho rivissuto in dieci minuti tutta la mia infanzia tra pensieri ed incubi; tre perché le mie fate hanno ringraziato la mia famiglia adottiva per avermi cresciuto nonostante le difficoltà (loro ne avrebbero adottati almeno quattro perché hanno un cuore infinito e sono persone d’oro); quattro avevano ancora le mie foto conservate. Mi sono sentito come “Marcellino pane e vino”, lui con 2 papà io invece con sette mamme, tutte magnifiche, a cui voglio un mondo di bene: la mamma che mi ha portato per nove mesi, le cinque fate dell’orfanotrofio e la mamma adottiva.

        Al  ritorno verso Rio de Janeiro abbiamo fatto visita ad un altro orfanotrofio dove c’era un educatore missionario italiano: è stato emozionante perché al momento dell’entrata ci saltavano tutti addosso, convinti che qualcuno fosse andato lì per adottarli. Ho rivisto il loro sguardo pieno di speranza e di paura, la paura di restare lì e non essere scelti. È stato anche triste: volevamo portare un sorriso e dei regali a questi bambini per far capire loro che non sono soli e che là fuori c’è gente buona di cui fidarsi, ma invece li abbiamo solo illusi. Ho vissuto un momento per me strano: un bambino similissimo a me mi ha abbracciato e mi ha chiamato papà. Avrei voluto portarlo in Italia. Per fortuna, so che è stato comunque adottato ed è felice!

        Dopo i giorni vissuti a Rio ci siamo diretti a San Paolo, la capitale del lavoro e degli studi, con un tasso di povertà del 7%. Appena arrivati, siamo stati accolti da un missionario italiano, ci siamo riposati e siamo andati a festeggiare il Carnevale fino alla mattina successiva. In Brasile tra dicembre ed aprile è estate, con una temperatura che di giorno supera 50° e di notte c’è fresco; pertanto quasi tutte le attività si svolgono durante la notte. C’erano 15 scuole di samba e ogni scuola era formata da quasi 1.000 ballerine e 10 carri. Ogni ora ci si fermava, pulivano la pista, rinfrescavano l’aria, bagnavano la pista, e poi si ricominciava con l’altra scuola. Ovviamente c’erano vestiti coloratissimi, lavorati a mano per tutto l’anno, donne, anche anziane che sapevano ballare la samba in maniera perfetta. Gli uomini e i bambini ballavano la capoeira, un misto di salsa e arti marziali unica nel suo genere. È stata una notte indimenticabile. Anche mia mamma, che va a dormire alle 21, quella sera non si voleva ritirare. Tutti eravamo messi allo stesso livello. L’importante era non fermarsi, ballare, cantare, partire tutti insieme e arrivare insieme, senza differenze sociali. In Italia, invece, durante le feste si seleziona sempre chi è migliore e chi no, che è più bello e chi no, chi ha più soldi o la macchina più bella… si pensa troppo e ci si diverte poco.

        Terminata la festa ci aspettava il taxi per l’aeroporto, per partire alla volta delle cascate: un percorso di quasi 30 km con oltre 100 cascate. Il primo giorno si visitano le cascate dal lato brasiliano, il secondo giorno le cascate dal lato argentino, terminando con un giro di tre ore su un gommone da 20 posti e relativo bagno sotto la cascata più alta. Era tutto splendido, sia per la bellezza naturale che per il silenzio.

        Infine siamo andati a Salvador de Bahia, una città splendida, con tutte le case di massimo due piani, i muri tutti colorati e pieni di murales. La città con meno criminalità e un mare spettacolare. Una particolarità: nella stessa città ci sono climi diversi, se da una parte c’è il sole, dall’altra diluvia e da un’altra ancora c’è l’arcobaleno. Siamo andati ad una messa nella cattedrale ed anche il momento di preghiera è stato unico perché si suona la chitarra, i tamburi e si balla tra una preghiera e l’altra; il gesto di pace si scambia alzandosi e abbracciandosi tutti con tutti, cambiandosi di posto e spesso rimanendo in piedi prima di ballare. Il rito è cattolico, come in Italia, ma quanta allegria!

        Dimenticavo che anche il cibo brasiliano è buonissimo, molto più leggero: non esiste il pane, si mangiano molti legumi, non esiste la pasta ma tanta frutta esotica e tanta carne o, nelle zone di mare, un’infinita varietà di pesce. Questo è stato l’unico viaggio in cui ho mangiato di tutto ma sono tornato dimagrito di 8 kg!

        Dopo 23 giorni abbiamo fatto ritorno a casa: è stato triste lasciare la felicità.  Non escludo di tornare in Brasile tra qualche anno: la mia felicità è lì.

        Fine del viaggio.

        Vorrei dire a tutti quelli che stanno leggendo:

        1. Godetevi sempre la vita perché tanti vorrebbero essere al vostro posto.
        2. Non cercate di scappare, tanto prima o poi vi mancheranno i posti di origine e ci tornerete.
        3. Imparate ad accettare ciò che la vita vi ha dato e siate sempre grati per ciò che avete.
        4. Non aspettate di perdere qualcosa o qualcuno per comprenderne l’importanza.
        5. Imparate ad apprezzare i gesti, gli sguardi, i sorrisi di una persona, più del denaro.
        6. Non vergognatevi di chiedere aiuto perché spesso le situazioni sono più grandi di noi ma insieme possiamo farcela.
        7. In situazioni non proprio perfette, se avete la salute e qualcuno che vi ama, quella sarà la vostra ricchezza.
        8. Siate sempre voi stessi al 100%, tanto sarete sempre e comunque giudicati.
        9. Non giudicate le altre persone in base a ciò che dicono ma in base a come si comportano.
        10. Non importa la religione ma essere brave persone, che fanno del bene nel rispetto di tutti.

        Ho capito che il segreto per una vita serena è: vivi e lascia vivere, che la vita è una sola.

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