Recensione di Francesca Amendola a “Versi a Teocrito”

Recensione di Francesca Amendola a “Versi a Teocrito”

 

Versi a Teocrito: tra memoria e viaggio

 
La poesia per Anna Santoliquido è necessaria come il pane e come il pane deve nascere dall’assolato grano della vita. Siamo figli del nostro secolo: della macchina, del trionfo della razionalità, ma anche del sogno, della fantasia, della memoria. E dalla memoria nasce Versi a Teocrito, Progedit editore. Anna nell’autunno del 1991 è in Grecia, ad Atene e Creta, invitata al X Congresso dell’Organizzazione Mondiale dei Poeti. Realizza il sogno, accarezzato fin dall’infanzia: visitare la terra di Omero, che «aveva il sapore del miele, nonostante i campi arrossati dal sangue degli eroi», scrive nella Premessa. Nei racconti dei vecchi del paese aveva conosciuto le gesta di Ulisse, la devozione di Penelope, i responsi inascoltati di Cassandra. Più tardi scoprì i versi di Saffo e fu «conoscere una sorella». Si era nutrita del mito. Pitagora e la sua scuola a Metaponto erano ad una manciata di kilometri da Forenza. Aveva tante volte conosciuta la Sibilla nei responsi delle masciare1 della sua terra e ne era rimasta affascinata, come già Orazio attratto dai riti magici della saga (maga) Canidia, intenta a preparare una poculum amoris (bevanda d’amore).
Ettore Catalano, docente presso l’Università del Salento che ne firma la prefazione, scrive: “Anna Santoliquido ha vissuto e resa la cosmicità del far poesia, attraverso una sapenzialità di nitore classico,[…]. E la sua poesia, senza perdere eleganza e controllo, ha saputo farsi carico del dolore del mondo, facendosi strazio testimoniale e, insieme, morale oltranza”.
La Grecia, con le saghe e gli eroi, era già stata cantata dalla poeta in Decodificazione.. In Versi a Teocrito la memoria e il viaggio costituiscono “la trama e l’ordito” del poemetto, ambientato a Delfi e nei meandri della coscienza. La poeta si immerge in un altrove spaziale e temporale: l’Ellade antica, già cantata da Pascoli e da D’Annunzio nella figura di Ulisse. La Nostra si allontana poiché, in Pascoli, Ulisse è la coscienza dell’uomo moderno, ripiegato su se stesso e attanagliato dall’ansia e dal dubbio; in D’Annunzio è ricerca di esperienze eccezionali. Il viaggio per Anna è non solo esplorazione nell’immenso mare della conoscenza, ma anche mezzo per comprendere la verità dell’esistere.
Si affida al grande cantore del locus amoenus, Teocrito (al quale si era già rivolto Virgilio nelle Bucoliche e Leopardi negli Idilli); poeta greco forse il maggiore dell’età ellenistica. Era nato a Siracusa nel 315 a.C. e vissuto sotto il tiranno Gerone, fu un poeta bucolico (il termine deriva da bukólos=pastore; poesia bucolica, quindi, canto dei pastori-poeti, la cui vita scorreva serena a contatto con una natura incontaminata). Infatti la Santoliquido presenta nei versi lo straordinario scenario della natura, descritta musicalmente e rievocata con effetti di inimitabile bellezza. E’ accompagnata, in questo viaggio ideale, da Demetra, dea del grano e della gioventù. La scelta non è fatta a caso, sia perché Teocrito aveva scritto le Talisie, ispirate alle feste con banchetti e libagioni in onore di Demetra, sia per le immense distese di grano punteggiate dal rosso dei papaveri, che avevano popolato la sua infanzia a Forenza. Quante volte bambina aveva corso a perdifiato in un campo di grano! Ancora una volta ritornano nella poesia la terra e il mare: due costanti del suo dettato poetico.
Abbiamo dimenticato che proprio nella cultura greca e romana sono le radici filosofiche, letterarie, artistiche del nostro essere oggi. Pertanto, se ha un significato il poemetto Versi a Teocrito, questo è da ricercare proprio nella energia evocativa dei “miti e poiesis” greci, che ancora ci riguardano e sui quali abbiamo costruito la nostra identità. Nelle ventiquattro quartine libere ci ritroviamo immersi in un mondo “autentico, storico e atemporale; in un “passato solo apparentemente lontano e superato”. Qui è nata la Poesia, che per Anna Santoliquido è principio essenziale della sua esistenza, e quindi della nostra.
La poeta, guidata da Demetra, dea della “madre-terra” e della fecondità, ci porta a spasso tra grandi e celebri luoghi fisici e ideali della Grecia, che è anche la terra di Talete e del suo discepolo Anassimandro; per il primo l’acqua è il principio dell’intera realtà; per l’altro l’ápeiron (infinito) generò tutte le cose. E’affascinata dalla leggenda e dagli anfratti sembra risuonare ancora il pianto di Demetra, che cerca la figlia Persefone (Proserpina romana) rapita da Hades. Si affida alla metempsicosi e si reincarna nelle ninfe, nelle dee in un cammino ideale di mito in mito, trasponendo il suo mondo contadino nei pastori della Tessaglia. Emerge dalle profondità dell’Ade e s’inoltra verso Delfi. Qui resta folgorata dalla Sfinge dei Nassi, dal volto arcaico di donna. Ha timore dell’oracolo. E’ sedotta da Gea, la Madre terra, e da Temide, la dea delle acque e della Giustizia, che l’invita nel suo santuario a cielo aperto. Penetra nell’inquietante, ma anche affascinante, antro della Pizia, per incontrare Apollo.
Fluiscono i versi come fiumi dove annega l’anima. Ha fame di eterno e di infinito che la spingono verso un ‘Oltre illimitato’. Il ricorso a Venere, in tono quasi confidenziale, puntualizza che la passione amorosa non è “pazzia” (come nella Didone di Virgilio o di Ovidio), ma forza per contrapporsi agli ostacoli.
Elementi del folklore quali gli ex-voto si mescolano alle atmosfere fantastiche, che si popolano di dei processionanti insieme alle Grazie, ai Dioscuri, alle «cariatidi pegasi e grifoni». L’atmosfera festante delle fanciulle pulsanda tellus (danzano), confondono la poeta, straniata dalla storia e dalla fantasia. Le viene in soccorso ancora una volta Teocrito, che non è solo il destinatario dei versi, ma il simbolo stesso della poesia. Diventa un nume soccorritore e incoraggiante della sua parola
Il viaggio è ormai alla fine e l’immagine dell’antico santuario di Delfi: “ombelico del mondo”, invita alla maieutica socratica del “conosci te stesso”, per poter vivere in simbiosi con la natura, nella quale il dio Pan si è occultato, per donarci sensazioni rare ed emozioni uniche.
Le trasformazioni continuano: la poeta-farfalla vola via e sosta su un arbusto. Tale immagine evoca la morte e ci sollecita ad una riflessione, che non si traduce in angoscia. La morte non la spaventa, poiché è sorretta dalla fede e dagli «stuoli di Serafini», pronti a proteggerla.
La coincidenza in Anna di ingenium (creatività) e ars (conoscenza letteraria), la capacità di intrecciare il vissuto soggettivo, la quotidianità con la poesia creano ‘versi armoniosi’ nei quali la disposizione delle parole, incastonate con grande maestria, forgiano il marchio distintivo della sua Poesia.

Francesca Amendola
Saggista

Presentazione alla Biblioteca “Joseph & Mary Agostine” di Palazzo San Gervasio (Potenza) il 4 dicembre 2015.

1 Maghe, fattucchiere.

 

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