Recensione di Gaetano Bucci a “Versi a Teocrito”

Recensione di Gaetano Bucci a “Versi a Teocrito”

Anna Santoliquido: “Versi a Teocrito ”

ovvero la poesia come “metamorfosi dell’uguale”

Versi a Teocrito è l’ultima pubblicazione di Anna Santoliquido. È uscita nel catalogo della casa editrice Progedit, seconda della collana Marsia dedicata alla poesia. Il libro stupisce per la sua preziosità di scrittura e di originalità editoriale.
Il testo poetico è introdotto da una breve ma chiara e coinvolgente premessa dell’Autrice e da un’elegante ed originale prefazione di Ettore Catalano. La copertina del volumetto è impreziosita da un finissimo acquerello di Rocco Barbarito che allude in modo leggero e intrigante al contenuto.
Nella stessa copertina è compresa la notevole informazione della traduzione in greco, inglese, tedesco e russo. Il che pone la pubblicazione in un circuito globale coerentemente col moderno percorso artistico di Anna Santoliquido.
Tutti questi elementi di presentazione denotano quanto importante e significativa possa essere oggi la scrittura poetica, atteso che la cultura e l’arte sono sicuramente i nuovi ponti di civiltà tra i popoli e le loro rispettive storie.
Sempre più frequentemente, dimentichiamo di essere gli eredi di quella storia greca e romana che da molti secoli, esauritasi nella sfera politico-militare, non si è invece chiusa dal punto di vista culturale, filosofico, artistico e finanche linguistico. Pertanto, se ha un senso il poemetto Versi a Teocrito, questi è da ricercare proprio nella forza evocativa e vivificante di una antica storia di “miti e poiesis” che ancora ci appartiene e su cui gran parte dell’Occidente ha costruito la propria identità originaria. Il poemetto, a ben guardare, è un viaggio, una sorta di sintetica “fenomenologia dello spirito aurorale” della stessa Poesia, che la Santoliquido riscopre tutta intatta e collegata all’uomo ed al mondo d’oggi, nonostante la distanza di decine di secoli. Il lettore di questa sintetica narrazione in versi si trova, nel breve volgere di ventiquattro quartine libere, immerso in un mondo aurorale e autentico, storico e temporale insieme. Ciò che conta non è solo l’immersione profonda in un passato solo apparentemente lontano e superato, ma anche l’evidente ragione d’essere della Poesia, che è essa stessa vita. La Poesia non è “frutto vuoto” dell’immaginario. Per Anna Santoliquido essa è elemento essenziale della ricerca di senso della sua esistenza, e quindi anche della nostra.
Nella Premessa l’Autrice è molto esplicita nel dichiarare la sua totale, benché trasformata, ascendenza dallo spirito poetico dell’antica Grecia. La scrittura di Versi a Teocrito è stata concepita come un “viaggio della conoscenza” e, aggiungerei, della coscienza. Un viaggio che insiste nella narrazione della partenza lontana al tempo di Omero ma che arriva all’oggi, fino a toccare gli “abissi dell’animo”. 

Nella Prefazione Ettore Catalano, da par suo, accende fascinosi fuochi di interesse culturale e attese emozionali verso questo poemetto che contiene “il brivido del passato e insieme la salutare presenza della necessaria metamorfosi”. Sì, è questo il punto. Il passato non va ripreso, neanche in poesia, con la illusione che esso possa ripetersi tale e uguale. Il passato va però tenuto in conto per comprendere il cambiamento ineluttabile, il divenire necessario, il destino dell’uomo. L’uomo è, infatti, immerso nel fiume turbolento della sua precaria esistenza, come pure è immerso nel mare tempestoso del più grande consorzio umano. Egli per natura e per forza di cose è costretto a navigare, spesso a naufragare e ancora a riprendere il viaggio. Questa è la metamorfosi, punto focale dell’intero poemetto.
In questo senso Catalano ha visto bene nei versi della Santoliquido qualcosa che è più di un semplice sentimento o motivo dell’immaginario. Egli ha concluso, richiamando il monito dell’oracolo di Delfi che “ammoniva chiunque a cercare prima in se stesso e poi ad aprirsi agli arcani della natura”. Grande allusione e significativo avvertimento che la nostra Autrice fa propri nella sua opera.
E adesso qualche parola sul testo. Il viaggio in versi di Anna Santoliquido si apre con un “ascolta il canto Teocrito”, dove il grande poeta dell’antichità, che ha celebrato la vita agreste e la natura in appassionati idilli, diventa simbolicamente la personificazione della poesia. La poesia si trasforma quindi, per il tramite immaginario di Teocrito, in soggetto ed oggetto della sfida letteraria dell’Autrice. Ne scaturisce un serrato dialogo con la Poesia che è anche un viaggio nei luoghi e nei miti della Grecia antica.
Così, l’Autrice guidata da Demetra, dea della “madre-terra” e della fecondità, ci porta a spasso tra grandi e celebri luoghi fisici e culturali dell’antichità. Anna ci accompagna, con parole stringenti e pungenti, dai “misteri di Eleusi” ai principi aurorali della filosofia di Talete e Anassimandro, l’acqua e l’apeiron.
Più avanti, in un eccezionale accumulo di immagini simboliche e figure retoriche, l’Autrice minaccia di scendere fin nell’Ade pur di incontrare il senso più autentico della poesia; di portarsi alla fonte Castalia per dissetarsi in nome della parola poetica e addirittura di scendere nell’antro e, come Pizia, purificarsi in nome della verità. Non in nome della verità storica o scientifica, ma in nome di quella che, per dirla con Heidegger, riempie di autenticità e di senso il nostro essere.
Tutto per la Santoliquido, in nome di Apollo, è giustificato ed è anzi desiderato e ambito. Per questo Lei si dichiara disposta ad urlare i propri versi ad Epidauro. E poi, ad un certo punto, invoca addirittura Afrodite per proteggersi dalle minacce dei nemici della parola e dell’arte della bellezza, che vede come “tegole di storia”. Infatti, scrive: “sono sublimi gli Inni ad Apollo / il coro è maestoso / la musica intriga / l’anima si rilassa”.
Teocrito, quindi, non è solo il destinatario dei versi e il simbolo stesso della poesia. Egli nell’immaginario della poetessa è anche un nume protettore, una presenza atemporale a presidio della sua parola. Attraverso la presenza del suo spirito, l’Autrice addirittura immagina le sue parole confuse e congiunte con ciò che per lei ancora è vivo della Grecia di millenni addietro, come ad esempio le arpe, le lire ed anche le “statue acefale”.
Quasi per magia Anna Santoliquido si sente farfalla e dialoga con gli estinti. Anche Lei come “Apollo uccide Pitone” e, seppure il “chitone è scomparso”, ancora i rischi e i pericoli dell’uomo d’oggi possono essere superati, o quantomeno alleggeriti, facendosi attirare dal Parnaso. Che significa? Semplice, la ricerca della bellezza, specie quella di senso insita nella poesia, è la strada obbligata per la salvezza, anche per l’uomo e il mondo d’oggi.
Secoli e secoli di storia, di apoteosi e di cadute civiltà sono accolti in questo poemetto e risolti in modo allo stesso tempo semplice e magnifico dalla cara e stupefacente Anna che così conclude: “ho Saffo al fianco / e stuoli di Serafini sulla testa”. Alla fine del poemetto una sorta di miracolo si è compiuto. È quello della circolarità del tempo e di una specie di eterno ritorno dell’uguale. Anche nell’età della globalizzazione e dell’informatica, della produzione post-industriale, dei conflitti e delle sfide planetarie è la poesia, come tutta l’arte, che ci salva. La poesia che è prima di tutto ricerca di senso attraverso la parola e i suoi più profondi e nascosti “patrimoni di senso”.

Gaetano Bucci

Libreria Di Marsico
Bari, 9 ottobre 2015

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