Un delicato mix di leggerezza, serietà e autoironia sono i principali ingredienti che caratterizzano ‘Brufolo Bill’, il primo libro della ‘scoppiettante’ scrittrice-igienista dentale barese
Un linguaggio semplice e diretto e una scrittura fatta di impulsi, alternata dai divertenti disegni di Francesca Zaccaria, coinvolgono il lettore e lo proiettano nelle vicissitudini di una Margherita venticinquenne. Cioè, nel pieno della bellezza e nel momento cruciale del passaggio alla fase adulta della vita. Ma del tutto ignara dell’agguato che una brutta sorpresa le sta tendendo nell’angolo e che si presenterà, senza preavviso, una mattina al suo risveglio: una gigantesca e nefasta invasione di brufoli sul viso.
Il passaggio da ‘pelle di pesca’ a ‘Brufolo Bill’ – lo sgradito e indelicato appellativo coniato da un ‘bieco individuo’ – è talmente repentino che, senza che la ragazza abbia il tempo di accorgersene, la sua vita cambia drasticamente. Scopo della nostra ‘eroina’ non sono più le allegre feste ‘miste’ o le foto-ricordo che immortalano i momenti felici. Tutti i pensieri sono dedicati al tentativo di estirpare i brufoli (con ogni tipo di lozione, unguento, farmaco o impacco che, ogni volta, spera miracoloso), di camuffare la pelle con il trucco e di evitare accuratamente qualsiasi dispositivo che potrebbe ‘ritrarla’ in quella condizione di acne acuta.
Un divertente susseguirsi di peripezie amorose e lavorative, miste a vicende scolastiche, familiari e ad altri ‘drammi’ personali, condiscono un libro il cui filo conduttore timidezza-arrossire-brufoli, ci presenterà senza filtri le difficoltà di una ragazza confusa dalla fase di crescita, che sta cercando la sua strada e che ha solo bisogno di un gesto di incoraggiamento. Paralizzata dalla timidezza, imbarazzata ancor di più dalla vergogna dei suoi facili ‘rossori’, la sua autostima crolla definitivamente a causa di un viso che non vede più bello e che diventa facile bersaglio dell’ironia degli altri.
Ma in fondo l’acne, fedele compagna di un lungo percorso di vita, si caratterizza come un ‘passaggio obbligato’ in questo processo di crescita. Un vero e proprio dover ‘cambiar pelle’ per poter, finalmente, spiccare il volo.
In questa intervista Margherita De Napoli racconta come è oggi, una donna non molto distante, nella sensibilità, dalla protagonista di ‘Mi chiamarono Brufolo Bill’. Una persona che continua ad arrossire e a combattere per superare la sua timidezza. Non è un caso, infatti, se come ci ha confidato, non è riuscita ad ingoiare un solo boccone di cibo prima dell’intervista, perché sentiva ‘le farfalle nello stomaco’.
Margherita, la forza e l’efficacia del suo libro vertono nella chiave leggera e autoironica con la quale ha ‘esorcizzato’ un problema che la rendeva vittima dell’ironia degli altri. Quanto conta l’ironia per il raggiungimento di un equilibrio con se stessi? E lei come l’ha raggiunto questo equilibrio?
“Ha un ruolo fondamentale. Soprattutto se si è stati vittime dell’ironia degli altri. Ovviamente con delicatezza, proprio perché so quanto possono far male le parole. È importante che si possa ridere con l’altro e non ridere dell’altro. Per questo l’autoironia diventa la strategia di salvezza. Perché disinneschi la derisione altrui. Io ho superato molti scogli perché ha preso il sopravvento il desiderio di non essere più paralizzata. Tutt’oggi resto una persona timida. Ma dentro. E riesco a fare ciò che sento, senza paure”.
Da igienista dentale a scrittrice. Ci racconta le varie fasi?
“Il lavoro di igienista mi ha sempre lasciata molti spazi. Così ho potuto coltivare parallelamente la scrittura, che è l’altra mia grande passione. E negli anni mi sono ritagliata dei miei angoli. Ho iniziato a curare delle rubriche. Ho anche rivestito i panni della consulente amorosa in “La posta del cuore”. Non decido consapevolmente di scrivere. È il mio tentativo di offrire aiuto a chi ha bisogno. Dalle burrasche amorose ai problemi derivanti da un’eccessiva timidezza. Tentativo che costituisce anche lo spirito di Brufolo Bill”.
Come mai ha deciso di scrivere un libro che parla di brufoli?
“Non l’ho deciso. Non mi sono seduta a tavolino pensando di scrivere delle mie vicissitudini con i brufoli. Brufolo Bill è nato in treno, un giorno di circa 15 anni fa. Ricordo che pensai: «Come occupo questo tempo?». Così presi un foglio. E la penna iniziò a scivolare veloce sui fogli e a scrivere spontaneamente, seguendo l’onda dei miei pensieri e assecondando ciò che avevo dentro”.
Si è decisa, quindi, a pubblicare Brufolo Bill quindici anni dopo. Perché tutto questo tempo?
“All’inizio non credevo di pubblicarlo. Poi ho pensato che, magari, poteva essere di aiuto a qualche adolescente in crisi. Così l’ho inviato a diverse case editrici. Ma pur riscuotendo sempre commenti positivi e nonostante alcuni premi di riconoscimento, non si riusciva a trovare una giusta collocazione di ‘genere’, necessaria per la sua pubblicazione. Così Brufolo Bill è rimasto al buio di un cassetto chiuso, ma sempre ‘scalpitante’, per tutti questi anni. Da tempo seguo la filosofia della ‘semina’, che reca con sé il tempo dell’attesa dello sbocciare del germoglio. Evidentemente all’epoca non ero ancora pronta. Non avevo seminato abbastanza per poter raccogliere”.
Qual è stata la svolta per Brufolo Bill?
“È stata determinata da un evento piuttosto brusco e doloroso, che ha cambiato profondamente la mia esistenza. Quando circa un anno fa è venuto a mancare il dentista con cui ho lavorato in tutti questi anni, tutta quell’energia che incanalavo nel mio lavoro ha avuto bisogno di sgorgare da un’altra parte. Così ho avuto più tempo per coltivare la mia passione di scrivere. Nell’effettivo, poi, la ‘grande opportunità’ si è creata grazie all’incontro con il Dott. Dato, editore della Progedit, che ha creduto nel progetto e si è speso per la pubblicazione di Brufolo Bill”.
Cos’è in realtà il brufolo?
“Il brufolo è una metafora delle nostre paure. Diventa la maschera dietro la quale si nasconde lo smarrimento che si prova nella fase della pubertà e dell’adolescenza”.
Quando si è ‘riletta’, cos’ha pensato di quelle vicissitudini e di quella Margherita, alias Brufolo Bill?
“Quel periodo è molto distante e la Margherita di oggi è certamente molto diversa. Ma, nello stesso tempo, Brufolo Bill sopravvive tuttora in me. Ancora oggi arrossisco e mi intimidisco. Rileggendo il libro, mi sono riconosciuta molto nelle mie parole. Nonostante sia trascorso molto tempo dai fatti narrati. In me continua a vivere il bambino (e l’adolescente) che è in ciascuno di noi. Leggere di me stessa, in un delicato periodo della mia vita, mi ha dato la possibilità di dare una carezza a quella Margherita di 25 anni, di pensare a quella che ero ‘ieri’. Ma con tenerezza. E questa tenerezza, in realtà, è rivolta verso tutti i ragazzi che soffrono. ”.
Lei auspica che Brufolo Bill diventi l’amico e il consigliere delle persone in difficoltà: in che senso?
“Spero che chi si riconoscerà nella Margherita brufolotica e piena di paure, senta quella carezza. Ma, soprattutto, spero che riderà. Attraverso me, delle sua ‘pena’. E che, ridendo, capisca che non c’è motivo di chiudersi nell’imbarazzo, nel sentimento di diversità e di inadeguatezza. Avere l’acne non significa dover smettere di vivere e di credere in sé stessi. Anzi: dalla difficoltà può nascere la possibilità. Dietro la ‘maschera’ utilizzata per camuffare i brufoli, in realtà si nascondono altre ansie ed altre preoccupazioni. Ma queste sono le paure che hanno tutti. Soprattutto in un momento cruciale della vita, come l’adolescenza, o in cui si cresce, come quando ci si affaccia al mondo del lavoro. Nel libro ho raccontato varie vicissitudini personali, che mi hanno creato non pochi problemi. Soprattutto in termini di fiducia in me stessa. Per questo mi auguro che il libro possa configurarsi come un’iniezione di autostima e un balsamo per l’animo dei brufolotici. Ma anche un compagno, perché spesso questi giovani provano incomprensione e solitudine. Mi auguro che non impieghino dieci anni per recuperare l’autostima, come ho fatto io. E che Brufolo Bill diventi per loro un esempio. Un piccolo regalo per non permettere alla timidezza di tarpare le ali”.
E lei quali altre paure nascondeva? Dietro il trucco con il quale cercava di alleviare la preoccupazione di non essere accettata a causa degli indesiderati ospiti che popolavano il suo viso, cos’altro camuffava?
“Il mio peggiore ‘blocco’ è sempre stato la timidezza. A causa della quale mi sono sentita spesso inadeguata e che vanamente ho provato a nascondere. La timidezza e il senso di inadeguatezza, infatti, si manifestavano autonomamente e immediatamente attraverso il mio viso, che si accendeva (e si accende tuttora) per un nonnulla. Si immagini, poi, se ad un viso paonazzo si aggiungono milioni di pedicelli: va da sé che l’imbarazzo cresce ancora di più. Devo ringraziare gli ‘incontri’ e le persone che hanno creduto in me. E quanti mi hanno fatto apprezzare il senso del pudore, facendomi capire che non c’è nulla di sbagliato nel provarlo. Soprattutto in un mondo che non arrossisce più. Così, gradualmente, ho iniziato a non volermi precludere nulla, seguendo il motto «Se non credi nell’impossibile, nemmeno il possibile accade»”.
La timidezza e lo scherno degli altri verso quali rischi proiettano?
“Sicuramente genera un senso di inadeguatezza che determina, poi, una chiusura. Il rischio maggiore, secondo me, è l’insinuarsi di un sentimento di malinconia che inibisce la volontà e la capacità di protendersi. Congelarsi dentro di sé e non guardare più verso il mondo. Per un adolescente, che è e deve essere nel pieno della vita, l’ipotesi di un blocco che impedisce di andare avanti è il rischio maggiore”.
Lei dice che il brufolo l’ha resa più forte. Ci spiega meglio questo concetto?
“L’aver subito un massiccio attacco di brufoli, mi ha costretta ad espormi verso il mondo esterno e a tutte le derisioni che ne sono derivate. Ma, ovviamente, aver affrontato quotidianamente quelle che per me erano difficoltà e che mi causavano anche molta sofferenza, mi ha permesso di uscirne fuori rafforzata. Grazie ai brufoli, io ho veramente ‘cambiato pelle’. Fisicamente e metaforicamente. Come un bruco che si libera dal suo bozzolo per diventare farfalla. Questa sofferenza la chiamo ‘le doglie dell’anima’, nel senso che permette a quel ‘quid’ che c’è in noi, di venir fuori”.
Allora, possiamo quasi dire ‘grazie’ a questi brufoli, a causa dei quali lei ha finalmente cambiato pelle per rinascere in una persona nuova?
“Eh, si. Anzi, dovrei quasi ringraziare anche chi mi chiamò ‘Brufolo Bill’, il mio nemico assoluto, il bieco individuo”.
Si augura di ‘colpire’ anche il lettore non ‘brufolotico’?
“Ovviamente mi auguro molte cose. Soltanto intravedere la possibilità di avvicinare molti ragazzi alla lettura, attraverso un libro ironico, che parla di disavventure, sarebbe una bella conquista. Poi, segretamente, porto avanti anche una mia personale missione, che spero di attuare attraverso il tema della gentilezza e della rivoluzione gentile. Ovvero di quella rivoluzione fatta di sorrisi. Brufolo Bill vuole far sorridere. Ma dietro la maschera della leggerezza, il libro vuole avviare un dialogo e delle riflessioni. Spero che il lettore capisca che le disavventure dovute ai brufoli, alla timidezza e al senso di inferiorità, causano sofferenza. Quindi, senza banalizzare, se si potesse passare dalle lacrime ai sorrisi, magari si potrebbe attuare questa rivoluzione. E le persone che si prendono gioco di chi soffre, potrebbero capire quanto male possono causare”.
Nel libro lei ricorda anche due brutte esperienze scolastiche: quale influenza hanno determinato nella sua vita?
“L’influenza che un professore può determinare, soprattutto negli anni delicati dell’adolescenza, è tanta. E se dimenticano che di fronte a loro ci sono dei germogli, possono graffiare l’anima. A me l’hanno graffiata. Mi sono sentita umiliata. Sensazione che mi fece chiudere ancor di più in me stessa. Ho impiegato quasi dieci anni a ricostruire la mia autostima”.
Secondo la sua esperienza, cosa può aiutare le persone a non sentirsi inadeguate?
“A volte basta poco: l’incoraggiamento di qualcuno che ti da una pacca sulla spalla può aiutare molto per superare l’emozione e la paura. In questo processo, il mio lavoro e soprattutto la fiducia riposta in me, sono stati punti fondamentali per farmi sbocciare. L’importante è che i bisognosi non restino soli. Perché a volte non hanno nessuno. Anche per questo spero di essere l’amica di chi mi legge. La pacca sulla spalla che non arriva da altre direzioni e che dice: «Vai! Lanciati nella vita e vivi! Non hai nulla da temere!»”.
Nello spazio del libro riservato a una dedica personale, lei ha inserito una citazione dello scrittore Henry Miller: ci spiega il perché?
“Perché credo ciecamente in quella citazione, che invita a cercare quel ‘quid’, quel talento che è in ognuno di noi, e volevo condividerla con i lettori. Ricordare che “Tutti partecipiamo alla creazione. Siamo tutti re, poeti, musici. Non c’è che aprirsi come i fiori di loto per scoprire ciò che era in noi”, è un messaggio di forza che trasmette speranza, ottimismo e fiducia in se stessi e che, secondo me, può anche aiutare a rinascere. Io scriverei queste parole sulle pareti di tutte le scuole perché le trovo potenti, illuminanti e incoraggianti. Soprattutto in questo buio periodo di crisi”.
“Mi son messa in testa un’idea pazzesca”, dice nel libro quando racconta della permanente appena fatta. Ha altre pazzesche idee in serbo?
“Al momento, la più pazzesca che mi son messa in testa, è stata l’idea di pubblicare il libro Mi chiamarono Brufolo Bill”.
Che fine ha fatto Mr. G., il suo storico fidanzato del travagliato periodo brufolotico?
“Mr. G. è andato. Come i brufoli. Ma anche quell’evento significò una nuova rinascita”.
Concludiamo in simpatia, prendendoci una piccola ‘rivincita’. Vuole dire qualcosa a quei dermatologi che hanno visto in lei solo un ‘cliente’ e non una paziente che soffriva del suo problema?
“Come ho detto nel libro, ripeterei loro che io (e quelli che, come me, soffrono di acne) non sono soltanto un frusciante bigliettone. Dietro le persone c’è una storia. Non dovrebbero dimenticarlo. Sarebbe giusto soffermarsi 5 minuti in più su chi hanno di fronte, cercando di immedesimarsi nella loro sofferenza. Non siamo solo numeri e brufoli vaganti. Un medico ha di fronte a sé un paziente. Non bisogna trattarlo come un cliente. La connessione deve andare anche sul cuore, non soltanto sul portafogli”.
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