Epitaffi scritti sull’aria

Epitaffi scritti sull’aria

A Walter Busch, professore ordinario di Letteratura tedesca all’Università di Verona, prematuramente scomparso il 28 marzo 2013, è dedicata l’edizione italiana degli Epitaffi scritti sull’aria [Grabschriften in die Luft geschrieben] di Nelly Sachs, pubblicati da Progedit nella traduzione e per la cura di Chiara Conterno, trentaduenne germanista nello stesso ateneo. Busch è anche tra gli artefici di questo volume, autore di un bel saggio – in cui compendia forma e tradizione della forma-epitaffio e discute alcuni esempi del suo utilizzo nell’epoca moderna (ma si tocca persino Grünbein) – posto dopo la succinta nota introduttiva di Ferruccio D’Angeli e prima della ricca e dettagliata prefazione della curatrice; vi si legge l’opinione di William West, secondo cui nella prova di Nelly Sachs l’epitaffio subisce una riformulazione del suo canone. Si potrebbe anche parlare di rivoluzione. Scrive West: «It works, in fact, as a kind of inversion of the tradition as understood by Worsdworth and others. […] Here the saved address the dead, whereas the usual trope in epitaphs is for the dead to speak to the living».
Altri epitaffi dove non sono i morti a parlare, ma è una voce a vederli, sono quelli scritti da una poetessa italiana di raro valore che la grande editoria ha finalmente scoperto (il suo prossimo libro è in uscita per Einaudi, dopo la selezione di testi usciti nella recente antologia Nuovi poeti italiani 6). Alle poesie di Chandra Livia Candiani contenute in Bevendo il tè con i morti (Viennepierre 2007) continuavo a pensare senza rendermene conto, leggendo gli Epitaffi della Sachs. Sono poesie che rivelano uno spazio di compresenza e non di ricordo, non di relazione tra i morti e i vivi ma di ascolto dei morti da parte di chi sente; che rivelano uno spazio per l’appello «al bugiardo / perdurare dei vivi», ai lettori, all’umanità infine, che si raccoglie nell’ascolto di quell’ascolto. Sono morti «che non sanno dove andare», in viaggio su una barca; che permangono nelle nostre stanze o che non sanno oltrapassare il confine, come la morta «con la gonna rossa / sui campi ghiacciati / [che] va in cerca di fiori / solo quando rivoltano le zolle – dice – / quando luccicano le lame e la terra / esausta si gira dall’altra parte / solo allora i fiori / passano il confine».
Gli Epitaffi di Nelly Sachs, composti tra il 1943 e il 1946, pubblicati tra il 1947 e il 2010, sono scritti sull’aria: ai loro morti non è stata concessa una lapide né una sepoltura. Sull’aria: là dove li può trovare il poeta, ma non il carnefice; là dove il poeta può portare il suo fiore e il suo canto.
Quei morti sono vittime del nazionalsocialismo, la sua furia ne ha cancellato corpi e nomi. La poetessa, nel distacco dell’esilio (fuggì in Svezia nel 1940 con la madre), restituisce loro una identità e una fisionomia. Tutti gli epitaffi tranne tre sono accompagnati, nel titolo, dalle sole iniziali del defunto. I tre epitaffi senza nome sono: «La madre», «Gli amanti» e «Il bambino». In una lettera del 18 luglio 1943 (riportata in Appendice al libro) indirizzata dall’autrice all’amica Emilia Fogelklou-Norlind si legge: «La madre: per molti. / Gli amanti: per molti. / Il bambino: aveva grandi occhi marroni, un bimbo di 4 anni, una volta accarezzò una mano, come fece quell’altro con il legionario romano (Lagerlöf)». Questi tre casi, che siano creazioni o che l’autrice non sia riuscita a risalire ai nomi di chi ha ispirato la poesia, comunque hanno l’obiettivo di accomunare i «molti» in una sola pagina, di stringere in un’immagine il singolare e il generale. La scelta di usare le sole iniziali per tutti gli altri testi, cioè di mostrare e nascondere con lo stesso gesto, media quel medesimo movimento – poetico – con quello civile, votato alla necessità interiore di superare lo «spavento e [l’]orrore» per dare memoria a coloro – e tramite coloro ai «molti» – ai quali era stata negata. Ma non c’è accusa, non c’è sentimentalismo e non c’è rancore o rabbia in questi versi, ma ascolto, raccolta di ciò che la vita dissemina, descrizione, restituzione dell’esperienza del dolore e del male, quasi con atteggiamento fenomenologico.
Scrive Chiara Conterno che gli Epitaffi sono «nella maggior parte concepiti per persone specifiche di cui, però, non svelano esplicitamente i nomi, disorientano il lettore che vorrebbe, ma non può, comprendere tutto, e si caricano di messaggi assoluti». La filologia ci toglie la curiosità (dalla lettera di prima: «La ballerina: una mia amica», «La pazza: mia zia», «Il giovane predicatore: mio cugino» ecc.), ma lascia intatta la sostanza della poesia: qui, trovare un significato di verità nel singolo che vive nel mondo dei molti, il mondo dove quei molti han lasciato che accadesse l’impronunciabile.
Il significato di verità si esprime nel pieno della vita di colui di cui si scrive. Del defunto, ogni titolo indica l’essenza, il suo posto o nella comunità («L’avventuriera», «La veggente», «Il folle» ecc.) o nella famiglia («La madre», «Il bambino», «La sposa» ecc.) o sul lavoro («Lo studioso di Spinoza», «L’attrice», «Il giardiniere» ecc.). Chi è morto, vive. Questa l’ovvia, grande frattura su cui si giocano gli Epitaffi scritti sull’aria, che si concludono, tutti, presentificando e immortalando la fine delle vite che contengono. La visione della fine crea la frattura, ma allo stesso tempo la cuce, tenendo in un solo e unico spazio i due mondi altrimenti irrelati. Lo spazio di unione, dove la realtà rinasce, è la poesia. La frattura si riflette nel parlare oscuro della Sachs, che non ha le sue ragioni nel letterario; quel parlare oscuro è di nuovo la frattura stessa, ne segue i contorni, le forme, gli elementi costitutivi: le pietre, la polvere della loro dissoluzione e della sabbia, la vita della farfalla ecc.
La poetessa si serve della sua memoria e della sua visione per celebrare e assolutizzare il morto: nel senso che dicevo, perché parla per i molti, e nel senso della fusione del mondo in cui è stato gettato col mondo dal quale proviene.
Il morto matura, è come un seme; nel poeta germoglia e porta la sua verità che prima era inespressa, invisibile. È visibile adesso, nella parola che lo canta, nello specchio che è il poeta.

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