L’omaggio postumo a Serricchio

L’omaggio postumo a Serricchio

Non avrebbe senso fare la gigantografia di un autore, mostrare la sagoma immensa del profilo di un nome che è soltanto quello di un uomo, in fondo. Perché quello che resta va ben oltre i limiti tracciati dall’arco di una vita, quello che resta risiede in ciò che si è fatto. Nel caso del poeta pugliese Cristanziano Serricchio, sono i versi a sopravvivere, sono le numerose pagine scritte a testimoniare la presenza di una voce che continua a comunicare e che, probabilmente, ha ancora molto da dire. L’uscita del numero speciale monografico della rivista di poesia Marsia, pensato come un omaggio al poeta dauno, è coincisa con la sua scomparsa, a novant’anni, avvenuta lo scorso 1 settembre. Proprio nel momento in cui in Puglia si levavano sempre più voci (anche istituzionali) e si costituivano comitati per promuovere la sua candidatura al premio Nobel.
Così il numero di Marsia, intitolato «La voce del gabbiano», realizzato a cura di Salvatore Francesco Lattarulo e pubblicato dalla casa editrice barese Progedit, si è trasformato in un primo, utile strumento per conoscere meglio la poesia di questo autore e riprendere un’analisi attenta della sua opera, che comprende numerose raccolte di versi, composti tra il 1950 e il 2012, oltre ad un certo numero di testi in prosa, tra cui racconti e romanzi. Dallo stesso Lattarulo ad universitari come Giovanni Dotoli o Carlo Augieri, dodici lettori accorti del poeta garganico hanno ripercorso i nuclei tematici di Serricchio, e hanno messo in luce le peculiarità della sua poetica, fondata su un preciso sentimento del tempo.
Quella sulla durata è una riflessione che accompagna il poeta sin dai primi anni, quando nel 1956 pubblicò la raccolta L’ora del tempo, che resta riconoscibile lungo tutto l’arco della sua scrittura, nelle immagini degli «screpolati muri» e nella consapevolezza della fragilità umana. Definito «arcaico» per il ricorso ai grandi archetipi della letteratura occidentale e per un uso misurato, a tratti austero, della lingua, Serricchio è in realtà un poeta che ha cercato di riprodurre le ombre, attraverso la scrittura, i grigi e le loro sfumature più che i colori puri, e che ha saputo fare della penombra, delle fasi di passaggio, il momento più adatto alla produzione poetica. Contrapponendo la poesia delle cose – il mare, la pietra, il tempo quotidiano – a quella delle parole e delle idee malinconiche, Serricchio ha elaborato una trama quantomai contemporanea della poesia, rendendola terreno di dubbi, di domande aperte, di contrasti.

Data: mercoledì 24 Ottobre 2012
Fonte:
corrieredelmezzogiorno.corriere.it
Autore:
Giusi Alessandra Falco
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