Ettore Catalano ripercorre il viaggio di Ulisse

Ettore Catalano ripercorre il viaggio di Ulisse

Un classico è ciò su cui è stato scritto o detto praticamente tutto. Oppure è ciò su cui non si finirà mai di scrivere o dire tutto. Muove semmai dalla seconda opzione l’idea di Ettore Catalano di proporre una rilettura dell’“Odissea”, archetipo di tutta la letteratura occidentale. In “Per altre terre. Il viaggio di Ulisse” (Progedit, pp. 118, € 22) l’astrolabio usato dall’autore per circumnavigare il poema omerico è l’intertestualità, cioè la straripante fortuna artistica e la stratificata ricezione critica di cui l’opera ha goduto fino ai giorni nostri. Da Dante a Foscolo, Pascoli, D’Annunzio, Saba, Joyce, Kavafis, Ritsos, per citare solo qualche nome, l’ispido e geniale figlio di Laerte è stato trama e ordito di una tela infinita di echi, risonanze, rifacimenti.
Generoso con i compagni ma spietato con i nemici, sposo fedele ma poligamo impenitente, calcolatore paziente ma pronto all’azzardo, Ulisse è davvero un essere “poliverso”, per tradurre alla lettera l’aggettivo con cui il poeta lo inquadra nel primo verso. E questa sua natura proteiforme ha fatto di lui un uomo del nostro tempo, obbligato dalla crisi delle certezze ad avviare un’indagine sulla sua identità smarrita. Di qui trae spunto l’ulissismo novecentesco, allegoria del naufragio dell’io, condannato all’esilio perpetuo nel secolo dei secoli. E’ pertanto la fertile capacità del mito per antonomasia di incarnarsi nel ventre sterile del quotidiano fecondandolo con una narrazione ininterrotta ciò che più attrae Catalano, che, docente di Letteratura italiana nell’ateneo salentino, si autoritrae “appassionato lettore di cose greche”. Come pure della polvere del palcoscenico. Tant’è che il libro mette in forma di piccolo saggio divulgativo le note di regia di uno spettacolo allestito anni fa per il teatro Abeliano, da poco rinato. In ventiquattro capitoli – quanti sono i canti dell’“Odissea” -, illustrati dal pittore barese Donato Sciannimanico, l’autore smonta il congegno narrativo, disvela le molteplici linee di forza che attraversano il capolavoro omerico. Che resta a conti fatti un’opera aperta, un viaggio senza meta. Perché il bello della navigazione non è toccare terra ma stare sempre in mare.

Data: mercoledì 18 Gennaio 2012
Fonte:
Corriere del Mezzogiorno
Autore:
Salvatore F. Lattarulo
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