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Tanzi l’indignato, ovvero l’amore amaro

Tanzi l’indignato, ovvero l’amore amaro

Leggendo “tutti figli di Barabba”, poesie di Francesco Tanzi

Tanzi l’indignato, ovvero l’amore amaro

Che sia indignato si può dedurlo anche dal rifiuto pertinace delle convenzioni della grafica e della punteggiatura, ritenute evidentemente orpello e sovrastruttura che nulla hanno a spartire con le nude parole, pesanti come macigni, e con il fuoco del sentimento che le alimenta.

E che l’indignazione, nutrita da una sorta di profetismo biblico, nasca da un tremendo insaziato amore per la vita, per la bellezza, per il mondo, tradito dalle convenzioni e dalle imposizioni del potere, ma anche dall’amorfa acquiescenza delle masse, è evidente paradigmaticamente in quasi tutte le icastiche composizioni del Tanzi.

In ‘sulla croce’ lo sdegno risentito e tagliente è gettato in faccia al potere dominante, che ha lavato i suoi misfatti addossandoli a Saddam Hussein, ‘poverocristo-ricoperto – di tutte le nefandezze – del mondo’ e impiccato dagli ‘ armati-pilati di sempre’ che banchettano ‘con bava – sanguinolenta – delle ricchezze – della rapina – e dell’inganno’. Hussein, musulmano nell’invenzione poetica impiccato ad una croce, è l’icona che svela l’inganno e capovolge la storia: i giustizieri sono essi gli empi ed il giustiziato torna innocente, riscattato dal suo patibolo e reso perfino ‘segnale – di salvezza – per gli uomini semplici’, con i quali si schiera con indefettibile indignazione il poeta.

L’amore per la giustizia si appella alle madri per ancorarsi alla vita e si sposa con l’amore per la bellezza, entrambe, giustizia e bellezza, espressioni di vita vera e piena, che brucia tutte le impurità e manchevolezze di una natura inconsciamente inadeguata e di una società ancora incapace di dare piena soddisfazione alle insopprimibili aspirazioni di uno spirito nobile, libero, teso all’altera perfezione assoluta, spregiatrice degli orrori meschini delle stragi e dei poteri oppressivi o dei viscidi e vili compromessi.

Erompe, così, dal poeta, con parole di maledizione, il grido di ribellione per le donne afgane, vittime ‘dei burqatori – nemici da sempre- dei sorrisi – di libertà- delle donne –fecondatrici – e modellatrici – della vita – e della libertà’.  Ogni forma di sopruso. di uccisione o limitazione della vita, suscita lo sdegno totale ed inesausto del poeta, che vive profondamente la sacralità delle madri, come il suggello più alto del creato. Ed ogni strage infligge una profonda ferita alla funzione vitale materna, onde ‘l’urlo – soffocato – delle madri – derubate – del dolore – dei loro parti’ (stragi) .

Anche la religione, come culto della vita e dell’amore fra gli uomini, costituisce un oggetto privilegiato dell’amore ideale e totale del poeta e se tradita suscita di conseguenza i suoi furibondi anatemi, novello Savonarola: ‘hanno squartato – gesucristo – l’hanno deposto – sui banconi – dell’ipercoop’ (gesucristo all’ipercoop); ‘hanno incendiato – piazzasanpietro – per attrezzarla – ad uno sconfinato – devastante – campodeifiori – per i roghi – da innalzare” (ratzinger). Ma i mestatori ingrassati nei saloni vaticani, ‘i giuda millenari’ non prevarranno: ‘i prati fioriti – accoglieranno – il festoso rincorrersi – dei bimbi felici – eredi gioiosi – di un mondo – di pace’. I bimbi rappresentano la proiezione profetica dell’auspicio di una religione che ritrovi la sua innocenza, la sua santità, come culto della verità e dell’amore. A cui richiama anche gli israeliani, ‘terribili divoratori’ invitati ‘a liberarsi – del libro – moloch – che reclama – sangue’ (beiruth) e a costruire con i palestinesi ‘un arcobaleno – di pace – per la fratellanza – tra gli uomini’.

Il poeta, deluso dalla carenza di amore e di bellezza, è profondamente indignato, tanto da insolentire gli uomini di oggi con l’appellativo di figli di Barabba. Decide di restare, nonostante tutto, intenzionalmente un inguaribile sognatore, che misura la distanza tra l’ideale e il reale e lancia contro la tragica banalità del male le sue invettive: come i profeti inerme, ma fiducioso nella forza delle parole, uniche capaci di sottrarsi alla spirale della sanguinosa violenza e di provocare nell’animo dell’uomo la conversione e l’aspirazione ad un mondo di pace, di bellezza e quindi di amore.

Ed è sempre un amore amaro, sia che si tratti di amore per la vita, per ogni vita, tradito dalla miope meschinità del potere, e sia dell’amore degli amanti, che il cieco destino sovente dissolve lungo assi vitali che si incrociano per attimi e svaniscono poi nel nullificante buco nero del passato che tutto divora. Sintomatica al proposito è la contrapposizione tra l’evanescente evocazione della ‘prima casa’, abitata un giorno da una donna ‘nuda e splendente’, che modellava la sua ‘passione di neofita’ e la sua attuale condizione, ridotta a covo di ‘ fantasmi sconosciuti’, mentre ancora grida il poeta a quella donna l’insopprimibile disperato ‘tormento – per tenerti – e per respirarti – nel mio strozzato – bisogno di viverti’.

L’amore amaro, sottratto e svanito, è sentito come un torto intollerabile, si fa struggente ricordo che scava parole aguzze come riarsi scogli marini, o si abbandona alle immagini di trasfigurata bellezza, metafore scolpite icasticamente in espressioni di straordinaria efficacia: ‘ho suscitato – il vento caldo – delle pianure – per sciogliere – i tuoi capelli’ (delirio); ‘i miei occhi – inseguono – struggenti – le volute – evanescenti – del suo ballo – spento’ (ora); ‘l’impercettibile – lanugine – diafana – del maestoso . tuo corpo – nudo’ (concerto).

Altra dimensione è quella del sogno, che compensa e si sovrappone ad una vita inadeguata alle insopprimibili pretese ed attese d’amore: ‘una piovra – una dolce piovra – voglio essere – con le mie mani – a ventosa – si di te… per impegnare – i miei sinuosi – tentacoli – in una danza – dionisiaca – sul teatro – della vita’ (la piovra).

Il linguaggio di Tanzi è personalissimo, fino all’arbitrio semantico: ‘su di te – dilago’ (la piovra); ‘un amplesso – liquido – e dilatato’ (raccomandazione); ‘una modulata suadenza – ai miei ululati – spenti’ (segnalibro), ecc. Le sue parole, mai scontate o usurate dall’uso, sono nuove perché scavate nella sua anima, il distillato insieme del suo sdegno e della nostalgia di chi non ha smesso, né desidera farlo, di guardare alla vita con gli occhi di un bambino, che ha colto nell’amore della madre la promessa di un mondo meraviglioso, di cui ha scoperto, invece, disgustato le magagne e le tragedie della idiozia del male, vuoi di quello prodotto dall’uomo che di quello del cieco destino. Gli anni avranno pure impiantato nel suo cervello di adulto un inconfutabile realismo, ma il suo cuore non smette di sognare. E di ribellarsi. E di indignarsi.
 
20 dicembre 2011                      

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