Dal pregiudizio «etnico» alla questione meridionale

Dal pregiudizio «etnico» alla questione meridionale

Uno studio di Federico Pirro sui torti subiti dal Sud all’indomani dell’unificazione

Dal pregiudizio «etnico» alla questione meridionale

 

C’è un confine sottile tra una ricostruzione storica che intenda mostrare i drammi, le violenze, le usurpazioni compiute dal governo sabaudo nel Mezzogiorno dopo l’Unità e quel tipo di revisionismo antirisorgimentale, localistico, a volte persino neoborbonico, che fa appello a quei soprusi per suscitare risentimenti e pulsioni antiunitarie, fino a riaccendere vaghe ipotesi secessioniste da parte del Sud. Su questo delicato crinale si muove il libro del giornalista e saggista Federico Pirro, “Uniti per forza. 1861-2011” (Progedit, Bari 2010, pp. 183, euro 20,00), una riflessione che mostra quanto la storia dell’unità nazionale sia stata sbilanciata sin dall’inizio a favore del settentrione. Pirro riprende documenti, statistiche e testimonianze troppo spesso messe da parte per salvaguardare le versioni ufficiali dell’unificazione: è venuto il tempo di guardare a quegli anni con spirito più libero da preoccupazioni antiunitarie, che hanno spesso rivestito di retorica il processo della formazione nazionale. «Quel processo – chiarisce Pirro – nonostante i suoi riconosciuti errori, va difeso e, ove possibile o necessario, rafforzato. Richiamarne gli errori ai danni del Mezzogiorno è tentare di capire le cause del divario che ancor oggi spacca in due il Paese e porvi rimedio, innanzitutto sul piano culturale».

La necessità di uno spartiacque metodologico tra ricostruzione critica e revisionismo antiunitario è dunque ben presente all’autore. Tuttavia l’uso frequente nelle sue pagine delle categorie della «conquista» del Meridione e della sua «colonizzazione» ha delle implicazioni troppo forti per non prestare il libro a letture che rischiano di vanificarne le premesse. Sarà per l’indignazione che è impossibile non provare leggendo i racconti dei massacri e delle persecuzioni compiute, o i dati sul prelievo fiscale e l’appropriazione del capitale borbonico del Banco di Napoli, all’epoca pari al 60% del patrimonio di tutti gli Stati preunitari, che Pirro parla di «pulizia etnica» e di «furto del millennio, perché di furto si è trattato». Ma in questo modo c’è il rischio di creare l’equivoco, purtroppo rafforzato dal titolo del volume, secondo cui l’Unità fu un assoggettamento subito controvoglia, esito di un’occupazione militare. Il problema invece non fu l’unificazione, voluta da almeno due generazioni di patrioti, intellettuali e nuove classi sociali meridionali, in modo meno elitario di quanto si sostiene, come lo stesso Pirro avvalora citando i 40.000 aggregati alla missione garibaldina da Quarto al Volturno. Fu piuttosto l’assetto dato allo Stato una volta che la battaglia politica per il governo della nazione mise fuori gioco le forze repubblicane e liberali. Il problema fu un’unificazione senza democrazia: che per il Sud significò criminalizzare le sue complessità nella forma del brigantaggio, capovolgere il divario economico in arretratezza etnica, trasformare la questione sociale in questione meridionale.

Data: lunedì 1 Febbraio 2010
Fonte:
"Corriere del Mezzogiorno"
Autore:
Felice Blasi
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